[SPIN-OFF] IN GRECIA CON MIA MADRE POCO PRIMA DEI TEMPI DELLA CRISI – SKIATHOS 2005 La spiaggia di pastore

Ho visto la Grecia della crisi, l’ho percorsa in più tappe fra 2012 e 2013 con una speciale compagna di viaggio, mia madre. Ho voluto vivere queste esperienze con lei perché sono convinto che la condivisione con chi amo radicalizzi le esperienze stesse, e è stato così. Questi percorsi in Grecia con lei sono stati viaggi sacri. Ora vi racconterò come.

[SPIN-OFF] IN GRECIA CON MIA MADRE POCO PRIMA DEI TEMPI DELLA CRISI – SKIATHOS 2005 La spiaggia di pastore

Dobbiamo tornare con la mente a dieci anni fa, al 2005, quando non c’erano ancora gli Iphone, google maps, spotify, facebook, ecc., a quando ancora la generazione che sarebbe poi divenuta quella degli universitari radical chic e poi hipster 2.0 si muoveva fra macchine fotografiche col rullino, cellulari ricaricabili, summer card, lettore-cd e, proprio a voler esagerare, lettore-mp3. Detto questo, immaginate un ragazzo di diciassette anni appena compiuti, abbastanza in carne, con in testa capelli troppo cresciuti, non ancora lunghi ma troppo lunghi per essere corti: è a disagio col suo corpo e con la sua immagine, ama leggere, si vuole dare arie da intellettuale, è puntiglioso sulla grammatica, ma comunque ascolta i Green Day per non essere troppo fuori contesto e è animato da uno certo spirito polemico e sarcastico nei confronti della sua genitrice. Sono io. Immaginate ora, invece, una donna di poco più di cinquant’anni, professoressa di matematica, con un carré di capelli castani appoggiato sopra il suo metro e sessanta (sessantasei quando ha i tacchi): legge libri gialli, ascolta Baglioni, mangia soprattutto verdure, beve molto caffè, è leggermente ansiosa. È mia madre. Questa è in nuce la coppia di avventurieri che, successivamente, andrà alla scoperta della Grecia e non solo e che qui si trova, per così dire, a fare le prove generali per l’imminente stagione di viaggi insieme.

Sotto consiglio di mia sorella, da poco sposa, mia madre decide di prenotare un pacchetto vacanza di una settimana per me e per lei in un’isola greca ‘verde’, Skiathos. È infatti molto colpita dal racconto di mia sorella che c’è già stata, che gliela descrive proprio verde, e questo la eccita tantissimo, ricca di alberi, pini e macchia mediterranea, lussureggiante quasi, «non come la maggior parte della altre isole, che invece sono brulle e bruciate dal sole». Quindi, non so bene perché, colpita dall’immagine di quest’isola verde, è più determinata che mai a partire verso le Sporadi, appunto l’arcipelago composto dalla nostra Skiathos, Skopelos e Alonissos. È luglio e si parte. È solo la seconda volta che io e madre prendiamo l’aereo, siamo quindi ancora piuttosto emozionati. Accanto a noi ci sono alcuni giovani studenti che hanno da poco terminato gli esami di maturità, stanno andando a Mykonos, dove il nostro volo charter fa la prima fermata. Sorvolando l’isola durante l’atterraggio: «Vedi, vedi come è tutta giallastra e brulla quest’isola? Non ci sono alberi, sembra un deserto! Dove andiamo noi, invece, sarà verde! Loro – con aria di disappunto – qui ci vengono solo per le discoteche». Si è proprio fissata, penso. Poco dopo: «Guarda, guarda come è verde! Che bei colori, che bella natura, quanta pineta, sembra così tranquilla!», stiamo arrivando a Skiathos. Raggiungiamo l’hotel e la ragazza alla reception saluta mia madre in greco, kalimera, la quale a sua volta risponde, kalimera, così che quella poi continua a parlare in greco. Ma, notata l’aria sorpresa di madre, e sentita la mia flebile richiesta di parlare in inglese, dice qualcosa del tipo: ma come, madam non è greca? eppure ha detto kalimera così bene che ero convinta fosse greca. Beh, dopo questo siparietto comunque ci mostra il giardino e la sala colazione per poi guidarci in camera. «Hai sentito? Pensava che fossi greca! Forse un po’ lo sembro!», dice mia madre tutta sorridente guardandosi allo specchio, come se sembrare greca fosse qualcosa di molto più esotico e seducente che sembrare italiana, come se le avessero detto che credevano che fosse, chessò, giapponese. Mah.

I giorni successivi sono completamente dedicati all’attività balneare: leggere in spiaggia curandosi, da bravi romagnoli, di essere sempre completamente sotto il sole cocente, oppure ascoltare l’unico cd che mi sono riuscito a portare dietro, comprato in autogrill verso l’aeroporto, ‘Striscia Latina, summer hits 2005’, perché ho dimenticato il mio porta-cd a casa, e qualche sguazzata nel mare Egeo a bordo di due materassini verdi. In effetti su questi io e madre siamo piuttosto efficienti e riusciamo a percorrere anche svariate centinaia di metri laddove l’acqua è molto profonda: aggrappati allo stesso materassino lo spingiamo facendo il ‘motore’ con le gambe, e mentre così navighiamo da una parte all’altra del mare, lei parla, parla, parla. La sera ceniamo in un ristorantino tipico greco – strano, siamo in Grecia – nel centro cittadino, mi offrono l’uzo (liquore da bere, se ho ben capito, prima di mangiare oppure allungato con l’acqua durante il pasto) che io di sottobanco passo a mia madre, non piacendomi neanche un po’; ci portano poi le vivande e a un certo punto attacca la musica e tutti incominciano a ballare in un grande cerchio, non so se sia il sirtaki o cosa, ma a stento freno madre dal raggiungerli -all’epoca ero una persona davvero rigida e schematizzata, madre invece non lo era allora e non lo proprio è mai stata-.

Una delle spiagge che più apprezziamo in giro per l’isola – a bordo della macchina che madre ha impavidamente noleggiato e che guida per sette giorni – è una cala sassosa difficilmente raggiungibile attraverso un sentiero fra sterpi spinosi e massi aguzzi. Essa è la cosiddetta spiaggia di ‘pastore’. Qui infatti vive, in una sorta di baracca-casa-bar, un signore arrostito dal sole, poco più in là con l’età rispetto a mia madre, che alleva capre. Questo baffuto Pan cinquantenne che con un fischio richiama tutta la sua corte a quattro zampe è semplicemente conosciuto da me e madre appunto come ‘pastore’, personaggio già mitico e leggendario dei racconti su quest’isola di mia sorella. Dunque, il primo giorno che scendiamo da pastore, io, avendo perso l’equilibrio mentre in infradito affronto questi scoscesi sentieri, mi foro una mano appoggiandomi a un rovo, così che corro con agilità caprina -sarà il luogo- giù dalla scarpata per immergere la mano nell’acqua del mare. La reazione di mia madre? Farmi una foto. Chi mi nota da lontano è però proprio pastore, il quale mi si avvicina facendo gesti e rumori di benvenuto, poi si volta e vede madre che sta calando dalle rocce con titubanza e ne resta estasiato, folgorato, fermo lì come un baccalà. Lei, dall’alto, si sistema il cappello. Potrebbe essere l’inizio di una grande storia d’amore, ma invece è solo l’inizio di una breve e buffa amicizia, per quanto pastore possa sperarci. «Ha detto che ci prepara lui da mangiare, greek salad e pesce» mi dice lei dopo essersi attardata a comunicare con lui a gesti, «che fortuna!», commento sarcastico. Ma, a dispetto della mia iniziale sfiducia, pastore ci procura dall’interno della sua baracca un pranzo coi fiocchi, abbondante e saporito, tra l’altro offrendo a me una coca-cola e a mia madre un bicchiere di vino (mica scemo). Passiamo alcune ore al sole, poi lui torna a spuntare dalla baracca e a chiamare madre “for coffee” a gran voce. Lasciandomi in mezzo alle caprette che si aggirano curiose qua e là, lei lo raggiunge con una punta di scetticismo. Quando torna capisco perché: «mi ha offerto il caffè greco, quello col fondo, una brodaglia amarissima, imbevibile», «ma l’hai bevuto?», «sì». A madre non piace, ma non ha il cuore di dirglielo, così che ogni giorno che torniamo in quella spiaggia lui poi la invita sempre a metà del pomeriggio a bere il caffè insieme: esce dalla baracca, la chiama, lei va, li vedo seduti su sedie di plastica bianche a bere questo loro caffè greco che a lei fa schifo, gesticolano, fanno grandi risate. Ma arriviamo purtroppo all’ultimo giorno di vacanza, al momento in cui dobbiamo definitivamente salutare anche pastore. Io, per conto mio, l’ho già salutato, ma al tramonto, quando ho già imbracciato zaini, teli e materassini, madre mi dice: «non lasciarmi da sola, vieni con me, parlagli tu, con l’inglese faccio fatica». Ora, fra lei e pastore evidentemente non è mai stata questione di inglese, visto che nessuno dei due in realtà lo sa, quindi non capisco perché sia necessario il mio intervento, però vado, forse perché non voglio perdermi la scena. Lui è subito fuori la baracca, ci sta aspettando, lo raggiungiamo. «Digli che quest’isola è molto bella», «the island is very beautiful»,«e soprattutto la sua spiaggia», «especially your place», «digli che abbiamo mangiato molto bene da lui», «your food is very good, the best food», lo sto gasando. Lei respira: «digli che oggi è il nostro ultimo giorno, che domani dobbiamo andare», «today is our last day in Skiathos, tomorrow we’ll go away». Un attimo di silenzio. Riprende: «digli che è stato molto gentile con noi, che siamo stati molti bene con lui», «you have been very kind with us, we have loved to stay with you, and she loves your coffee» aggiungo impertinente, lei se ne accorge. Silenzio di nuovo. «Oh good boy, very goog boy, good luck for the future», «thank you, pastor, the best to you». E ora il colpo finale, l’ultimo atto. Lui la guarda con dolcezza sincera e rupestre e così le dice qualcosa di del tutto inaspettato: «Madam, let me to kiss you». Lei non ha tempo né di capire cosa sta succedendo né di rispondere alcunché che lui è già lì, a pochi centimetri di distanza nella luce dorata della sera. L’afferra, la strizza fra le braccia e le dà un bel bacione con schiocco da qualche parte tra i suoi baffi e fra la bocca il naso di lei (dalla mia posizione non riesco a vedere bene, e lei a tuttora nega sia sulla bocca, ma a me sembra di sì). Dopo un primo momento di stordimento, spalancati gli occhi e divincolatasi alla meglio e peggio, lei si scioglie dal suo rude abbraccio e mi si avvicina. «Salutalo», mi dice stentorea, «goodbye, pastor». Sta già camminando lasciandomi indietro, ma si ferma, pensa, si volta, ci guarda, lo guarda, mi riguarda, io faccio spallucce e alzo gli occhi. «Digli che ritorneremo a trovarlo» sentenzia. «In the future, we will come back to visit you». «The next year?», mi domanda, «I don’t know». Ci voltiamo definitivamente, prendiamo a camminare, a montare la via delle capre, e è così che lasciamo pastore dietro di noi, fra la sua corte di capre in una luce che diventa sempre più fioca, e la verità è che, alla fine, non siamo mai tornati.

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