IN GRECIA CON MIA MADRE AI TEMPI DELLA CRISI – DELFI II PARTE Donnavventura

Ho visto la Grecia della crisi, l’ho percorsa in più tappe fra 2012 e 2013 con una speciale compagna di viaggio, mia madre. Ho voluto vivere queste esperienze con lei perché sono convinto che la condivisione con chi amo radicalizzi le esperienze stesse, e è stato così. Questi percorsi in Grecia con lei sono stati viaggi sacri. Ora vi racconterò come.

IN GRECIA CON MIA MADRE AI TEMPI DELLA CRISI – DELFI II PARTE Donnavventura

La piccola Delfi, che a partire dal grande platano si struttura sulle due strade in su e in giù, dista solo qualche centinaio di metri dall’omonimo sito archeologico, tanto celebre oggi sotto il profilo turistico quanto lo era nell’antichità sotto quello sacro: Delfi infatti era una delle aree templari più famose dell’Antica Grecia prima e dell’Impero Romano poi, sede del mitico oracolo di Apollo. Dico mitico non a caso, infatti fu qui che si recò lo stesso Edipo alla ricerca di qualche traccia sul suo passato e sul suo destino. Fuori dal mito, l’oracolo fu consultato da re e capi di stato, marinai e commercianti, uomini e donne delle più diverse estrazioni sociali per centinaia di anni, fino al predominio della religione cristiana, attorno al IV-V secolo d.C. Da sempre, dunque, questo luogo è meta di vari ordini di pellegrinaggi: una volta per lasciare un’offerta votiva al grande tempio e chiedere un responso alla pizia, oggigiorno invece per chi, in frotte, vi si reca a bordo dei super-moderni bus climatizzati dei tour turistici organizzati. E proprio da quest’ultimi era stata beneficiata per molti anni la moderna popolazione locale, che in poco tempo aveva dotato la piccola cittadina di tutto quello che potesse servire ai visitatori: alberghi, ristoranti, bar e negozi di tutti i tipi. ‘But now things are changed’ mi dice Helen. Continua che una volta i turisti si fermavano qualche giorno, come fate voi, oggi invece -sarà la crisi- arrivano con l’autobus davanti all’ingresso del sito, scendono, fotografano e se ne vanno, di qui, dal paese, non ci passano neanche e tutti gli alberghi e i ristoranti della città sono ormai vuoti, i negozianti accendo le luci sugli espositori solo quando qualcuno entra a vedere quello che c’è. Helen è molto contenta che noi, diversamente, ci tratterremo ben tre giorni. ‘Many things to do after yuo have seen the archaeological site. Many excursions for exemple: there is a vary nice one going down the mountain to the sea!’. Che bell’idea, Helen, mi sembra bellissimo! ‘Diego, ma sei sicuro?’ ‘Si, mamma, che ci vuole?’.

Così dedichiamo l’indomani all’esplorazione delle antiche rovine e il giorno successivo invece alla, per chiamarla così, camminata. Dunque, guida alla mano, armati di cappello, occhiali da sole e l’immancabile macchina fotografica rosa al polso di mia madre, nella foggia turistica più stereotipata che potessimo ottenere, percorriamo il breve percorso che ci conduce all’ingresso del sito: qui, fra pini e cipressi e una macchia mediterranea profumatissima sorgono edicole votive, tempietti, quello che rimane del colossale tempio d’Apollo (su cui si dice troneggiasse il motto ‘conosci te stesso’), l’antico stadio e soprattuto il grande teatro la cui cavea conduce lo sguardo direttamente sopra il cielo. Capisco perché abbiano scelto questo luogo, è di una bellezza impressionante e, guardando a sud, è costantemente illuminato dal Sole: annidato sulla montagna, si apre a una vista mozzafiato come un nido d’aquila. Mia madre intanto si è galvanizzata, dice che sente l’aria benefica di Delfi, che non le fanno male le ginocchia a salire e scendere lungo questi sentieri. ‘È l’aria di Delfi’, continua a ripetere, ‘è magica’. Poco dopo, recatici in una più piccola zona templare dedicata a Atena -non distante da quella principale-, trova il suo nume tutelare nel tempio circolare di Atena Pronaia, cui si vota definitivamente. È bello vederla così, entusiasta, felice, piena di energia. Ride, si diverte, fa foto, mi spiega le cose, critica gli altri turisti che non prendono tempo per apprezzare i piccoli dettagli e l’insieme, capire il sito, la disposizione dei templi, che non guardano questi ulivi che saranno qui da centinaia se non migliaia di anni. Sono contento di essere qui con lei, davvero tanto contento. A un certo punto si sente addirittura così rimpolpata dall’aria di Delfi e da Atena Pronaia che mi dice: ‘dai, domani andiamo a fare quel giro che hai letto nella guida e di cui ti ha parlato Helen!’

Detto fatto. È già domani e con lo zaino in spalla stiamo per partire. Helen ci dice di prendere molta acqua, ‘water, madam, lots of water’. ‘Prendiamo anche qualcosa da mangiare!’, ‘no, mamma, che a metà strada troveremo un paese e non voglio avere troppi pesi negli zaini, che poi ti stanchi’. Le ultime parole famose. Incominciamo a scendere lungo questa scarpata abbrustolita dal sole che sembra non finire mai con quelle poche ombre offerte dai radi alberi di mandorli e fichi, mia madre si munisce subito di un bastone ‘per battere per terra e spaventare i serpenti’, quando io, invece, in un batter d’occhio finisco la poca acqua che avevamo con noi e incomincio a dire ‘mamma, ho sete, mamma, ho fame’. Lei, saggia e esperta come una squaw indiana, al primo albero che troviamo allunga la mano e prende un frutto, ne estrae il nocciolo e me la offre, spiegandomi -alla vista del mio disappunto- che è appunto una mandorla. Inizialmente la rifiuto, poi accetto, e anche lei ne mangia alcune. ‘Non vuoi tornare indietro?’ mi domanda, ’no!’. Così continuiamo a scendere per un’ora circa, oltrepassando un canale artificiale su un piccolo ponte, superando diverse centinaia di metri di rocce e sterpi e, infine, finalmente arrivando in vista del tetto di una chiesetta che ci segnala l’arrivo a un piccolo paesino, quello appunto su cui io facevo affidamento. Peccato che, arrivati lungo le sue strade, sembri deserto. Non un’anima. Ci sono case e giardini con alberi e fiori, ma non una persona, qualche gatto che passeggia, ma non un bar, un negozio aperto o una macchina che passi. Ci fermiamo sotto i pini vicino alla chiesa, felici di aver trovato una fontana che dispensa acqua che sa di ferro, in questo caso, con circa 37°C all’ombra, è meglio di niente. Per un po’ ci gira attorno un cane, poi se ne va. ‘Diego, sei sicuro di voler proseguire?’ e io, stupido e ostinato ‘sì, mamma, andiamo. Helen diceva per di qua, mi ricordo’. Così riprendiamo l’inesorabile marcia sotto l’implacabile solleone delle due di pomeriggio, seguendo le indicazioni che ci aveva dato Helen: lasciamo la strada principale e seguiamo un filare di ulivi che costeggia il cimitero del paese disabitato, proseguendo lungo la stessa via intravediamo animali dentro recinti, pecore, asini, mucche macilente e aggressivi cani da guardia alla catena. ‘Non avere paura’ mi rincuora mia madre, sapendo quanto sempre mi intimoriscano i latrati sordi dei cani. Ci lasciamo dietro gli animali e proseguiamo lungo il greto secco di quello che sembra un torrente, in mezzo a moltissimi ulivi, finché non ci imbattiamo in scheletri abbandonati di animali buttati qua e là, qualcosa che assomiglia al cranio di una capra, alcune spine dorsali e non so bene che altro. Io, impaurito e impressionato ‘Mamma…cos’è questo posto?’ lei ‘Diego, basta, decido io ora, è inutile al mare non ci arriveremo mai, dobbiamo tornare indietro, non abbiamo niente da mangiare e non abbiamo acqua, proseguire senza una mappa è assurdo. Vieni!’. Così dicendo, per quanto fa caldo, si toglie la canottiera restando col solo reggiseno del costume, affermando con un sorriso ironico: ‘almeno mi abbronzo’. Giusto, mamma. Così decido di affidarmi del tutto a lei e prendiamo la via del ritorno. Riguadagnato e risuperato il paese vuoto, cominciamo a salire lungo il crinale assolato del monte. Vedendomi fiacco e abbattuto, mia madre si avvicina a un fico selvatico e ne prende dei frutti: ‘dammi il tuo cappello’, ne prende altri e gliene mette dentro un bel po’, così che con queste poche provviste di zuccheri possiamo continuare la nostra ascesa alla cara e ormai desideratissima Delfi. Sono ormai molte ore che siamo sotto il ciocco del Sole e io, da bravo bambino fuori tempo massimo, mi lamento: ‘mamma, sono stanco, sei stanca anche tu, riposiamoci’, ma lei: ‘no, dobbiamo andare avanti, se no non troveremo più la forza di rimetterci in moto, cammina!’, ‘ma, mamma…’, ’vai!’. Va bene, vado. Continuiamo a salire. Sembra che la salita non debba finire mai, sono stanco, mi sento stupido e incosciente, uno scemo ragazzotto ventenne che pensa di passeggiare per le montagne e le pianure della Grecia come meglio crede, a suo piacimento, come fosse un giardino o un parco pubblico, solo perché gli piace. Che stupido. Non ho considerato e calcolato niente, le distanze, il dislivello, la fatica, l’acqua, il cibo, il Sole, il caldo. Però per fortuna ho mia madre, che piena di energia e tenacia, chiaramente ormai benedetta dall’aria di Delfi, mi fa forza, canta, mi racconta storie, mi prende frutti dagli alberi e mi fa ridere. Un passo dopo l’altro, montando sopra i massi aguzzi, graffiati dagli spini della boscaglia, arriviamo finalmente in vista delle mura delle prime case di Delfi che sporgono sullo strapiombo. Rasserenati e rincuorati che non faremo la fine di quegli scheletri di capra a valle sul greto secco del torrente, ci sediamo un attimo all’ombra di due pini a riprendere fiato e a mangiare gli ultimi fichi e mandorle rimasti nel mio cappello. Il guscio di una mandorla non si vuole aprire, mia madre, quasi feroce, la spacca con una pietra. Poi sgranocchiandola dice ridendo: ‘quando arriviamo le chiedo poi a Helen dove cavolo voleva mandarci!’.

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