IN GRECIA CON MIA MADRE AI TEMPI DELLA CRISI – ATENE il mito del Partenone

Ho visto la Grecia della crisi, l’ho percorsa in più tappe fra 2012 e 2013 con una speciale compagna di viaggio, mia madre. Ho voluto vivere queste esperienze con lei perché sono convinto che la condivisione con chi amo radicalizzi le esperienze stesse, e è stato così. Questi percorsi in Grecia con lei sono stati viaggi sacri. Ora vi racconterò come.

ATENE il mito del Partenone

Dal finestrino dell’aereo vediamo solo ulivi e terra bruciata dal sole. Ulivi su ulivi. Nella luce abbacinante di questo pomeriggio infuocato di Luglio la terra dell’Attica sembra uno sterminato uliveto: è così che il simbolo più celebre della Grecia dopo il Partenone benedice il nostro arrivo. Trolley alla mano e zaini in spalla, inforcati gli occhiali da sole, saltiamo su un autobus di linea per raggiungere il centro città. Mia madre è preoccupata, l’ho trascinata io quaggiù, mi chiede come riconosceremo la nostra fermata, ‘c’è così tanta confusione’. ‘Mamma, la nostra fermata è piazza Syntagma, basta aver visto qualche telegiornale’ rispondo. Una svolta a destra e l’autobus lascia la tangenziale urbana e si inoltra nelle strade che portano al cuore di quel formicaio brulicante di vita e di macchine che è Atene. Ma che cosa è Atene? E che cosa è ora Atene? Questo è un problema non da poco per chi, come noi, si reca nella capitale greca. Una delle città più antiche del mondo, uno dei nomi che a scuola ho imparato insieme a quello di Roma, uno dei primi pluralia tantum indicato nella grammatica di latino, Athenae, la polis dei grandi filosofi, l’origine della democrazia, della cultura, della letteratura. Cosa è allora Atene se non un ideale? E uno dei più complessi e insieme radicati dell’occidente, eterno nei suoi marmi perfetti sfolgoranti di luce. Forse anche io e mia madre stiamo cercando questo, il mito di Atene, ma per arrivarci dobbiamo fare i conti con la città presente, con il cemento armato dei palazzi dei suburbi che si susseguono senza sosta, con la caoticità del traffico, con il rumore continuo, con gli scorci lugubri, con la decadenza e lo sporco, con tutto il vivente che c’è, che non è ideale, che non è perfetto, che non è liscio.

Ci siamo, piazza Syntagma, scendiamo. All’angolo il carretto di un ambulante che vende pannocchie abbrustolite, all’estremità opposta della piazza, oltre la strada, il parlamento greco, una nuova icona di questi tempi, della Grecia anti-classica, della Grecia della crisi. Dalla terrazza dell’albergo, poco dopo, eccolo invece il simbolo per eccellenza della Grecia classica, ma soprattutto di Atene e del suo ideale: il Partenone sulla cima dell’acropoli, il grande tempio dedicato a Atena parthenos. È strano vedere con i miei occhi le sagome di questo profilo che sono solito piuttosto pensare, relegandolo così a un mondo di idee e forme statiche. Il fatto che sia lì, presente, accerchiato, quasi assediato da questa nuova Atene, lo rende improvvisamente vero e si spezza in un lampo il suo mito, crolla la sua idea perfetta: il Partenone c’è. Il giorno seguente, macchina fotografica in pugno, armati di borracce e piuttosto emozionati -mia madre sembra una bambina quando corre verso il tempio di Zeus Olimpio-, montiamo i sentieri e i gradini che conducono alla cima dell’acropoli, sopra il teatro di Dioniso e quello di Erode Attico, oltre i propilei, lungo l’antica via sacra, e ecco che il grande tempio dedicato a Atena ora l’abbiamo proprio davanti. Improvvisamente una raffica di vento, che quassù è così forte, solleva la gonna di mia madre e ridiamo entrambi, dice divertita: ‘sono venuta da Massa per far vedere le gambe a tutta la Grecia’. Oh, mamma! Riprendiamo respiro dopo quest’esplosione di allegrezza. Siamo ora in silenzio di fronte al tempio. Lo guardiamo, ci guarda anche lui: le colonne doriche ci sovrastano, dalla metopa superiore sporge il basso rilievo di un cavallo, il marmo si scalda e si addolcisce alla luce di mezzogiorno, poi lei, mia madre, mi mette un braccio attorno alla vita e con semplicità dice: ‘che bello’. È vero, è molto bello. Voglio respirare bene, apri gli occhi più che puoi, mi dico. È bello, bello da piangere, è qualcosa che commuove ora il Partenone. Il suo marmo non è freddo, la sua linea non è geometria astratta. È qui, presente, resistente da millenni, esploso, trasformato in chiesa, in moschea, bombardato, infine condivide ora questo tempo con questa Grecia anti-classica, con il parlamento icona della crisi greca, con il carretto di pannocchie abbrustolite, con una città che non è più la capitale della civiltà, che non è solo il suo ideale, e pure con me e mia madre che lo guardiamo, con l’umanità che si stende ai suoi piedi, che è davvero Atene, che si arrangia, che prova a farcela, aggrappata alle strette pareti dei propri appartamenti, sotto l’ombra di alberi e di pergolati di viti cresciuti fra i muri di cemento armato. Allora il Partenone mi sembra un vecchio custode, saggio e bonario, che guarda tutto l’umano, il tempo e lo spazio che scorrono sotto di lui, e semplicemente ne condivide l’esistere da secoli. Resiste ancora, anche adesso, e c’è sempre stato. Ancora una volta è lei a parlare, quasi commossa: ‘è più di quanto immaginassi’. È vero, è proprio così. Fatichiamo a distoglierci, fatichiamo a salutarlo. Continuiamo a guardarlo e a starci su questo luogo che è l’acropoli. Poi un gatto ci si avvicina miagolando, è piccolo, quasi un gattino, gli diamo qualcosa. Lui, che non avrà più di qualche mese, vive qui, non nell’ideale o nel simbolo, ma nell’Atene che c’è nel Partenone antico di millenni.

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