I libri che ho letto

I primi libri che ho letto non li ho letti io, me li hanno letti gli altri. Era mio nonno a leggermeli, soprattutto quelli sugli animali. Da piccolo amavo molto gli animali, in particolar modo quelli esotici e selvaggi, e fra questi specialmente gli elefanti, così che lui mi leggeva di questi grandi pachidermi e delle avventure della giungla. Poi imparai a leggere da solo, ma non ne ero in realtà molto felice, era uno sforzo: dicevo spesso che non avrei voluto imparare a leggere, dovevo soffermarmi su tutte quelle cose noiose della scuola, testi insulsi su bambini e bambine, la spesa, la casa, poi i nomi delle cose e l’ortografia, e l’apice della fantasia era quando compariva un topo o un gatto, e non c’erano più gite in groppa agli elefanti fra le foreste dell’India e le grandi pianure d’Africa. Mia sorella ebbe così una brillante idea per farmi amare la lettura: mi avrebbe obbligato a leggere un libro al mese. Costretto lessi Matilde, Le streghe e Gli sporcelliIl richiamo della foresta, per maschi, ma anche Piccole donne, per femmine. Tuttavia non mi si era accesa alcuna passione in questo modo: doverle presentare una scheda di lettura con riassunto e commento personale era solo un ulteriore compito oltre alla scuola e al catechismo: un altro indicibile strazio. Ma fu comunque lei, alla fine, a farmi prendere amore per la lettura, e ancora una volta quel primo libro che ho letto non l’ho letto io ma me l’ha letto un altro, lei. Era I ragazzi dello zoo di Berlino, mia sorella aveva diciassette anni, io nove. In realtà lo stava leggendo da sola e incominciò a leggerlo ad alta voce solo nella speranza di annoiarmi e di scacciarmi, visto che io non volevo andarmene dalla sua stanza, ma sortì l’effetto contrario dato che da quel momento non le permisi di andare avanti di una sola pagina senza di me. Fu così che a dieci anni sapevo tutto di droghe, di David Bowie e di Berlino Est. La mamma non ne fu molto contenta. Alle medie lessi poi molti libri grazie alla mia prof. di lettere, della quale desideravo la stima e l’approvazione, tornando anche a quello che amavo, le avventure e gli animali, spesso calati nella dimensione horror dell’indimenticabile collana dei ‘piccoli brividi’. Ricordo un libro che si intitolava Le mangiatrici di uomini, storia di un cacciatore di tigri antropofaghe. Quindi mi iscrissi al liceo e, dopo un primo anno di vagabondaggio anti-scuola a cavallo della bicicletta in giro per il paese, decisi che sarei dovuto diventare in futuro un uomo altamente istruito, sicché era necessario incominciare a pensare già da allora alla mia formazione letteraria. Sarei partito dalla classicità per poi affrontare le letterature europee, escludendo radicalmente -e con un certo snobismo immotivato- quella tedesca. Iliade, Odissea, qualche tragedia greca, Fedro, il romanzo d’Apuleio, le tragedie di Seneca, poi Balzac, Dumas, Hugo, Flaubert, Zola, Dickens, Austen, Stoker, Conrad, James, Joyce, Shakespeare, Wilde, Dostoevskij, Tolstoj, Puskin e Gogol. Inoltre sì, qualche italiano, ma con meno passione: io amavo i romanzi e la letteratura italiana mi sembrava invece una lunga scia di ‘poesione retoricheggianti e classicheggianti’; dunque lessi Sciascia, Levi, Saba, Silone, Bassani e qualcun altro, tra cui Svevo, che trovai terribile. In quegli anni liceali mi sorprese anche quello che divenne il mio libro d’elezione, Il piccolo principe. Sono banale, ma lo amai. Era una favola, un’avventura per bambini. Lo lessi in francese per la scuola, ero in seconda credo, e da allora lo colleziono nelle lingue dei paesi in cui mi è capitato di viaggiare. Arrivò infine il tempo dell’università. Mi iscrissi e mi laureai in filosofia, ma persi amore per la lettura e  leggere tornava a essere un compito, uno strazio,  esattamente come alle elementari. Se al liceo era una finestra che spalancavo sdraiato sul letto della mia camera verso mondi nuovi e lontani, avventure mozzafiato e sentimenti che conobbi prima leggendoli che vivendoli, all’università leggere era tornato sinonimo di sgobbare, e oltre tutti i volumi di filosofia cui mi dedicavo con solerzia non avevo la minima voglia di impegnare ancora i miei occhi. Mi piaceva e mi piace la filosofia, mi piace pensare, ma era difficile, e in più non riconoscevo l’importanza letteraria e filosofica di molti testi cui dovetti dedicarmi, testi di autori e filosofi misconosciuti (per il me di allora) della filosofia analitica e dell’estetica contemporanea, mai sopportate, sui quali mi scervellai. Credevo che avrei letto molto più Kant, Hegel, Nietzsche, e altri classici della filosofia, ma è successo meno di quanto sperassi, tuttavia, quando accadde, quando completai, per esempio, La repubblica di Platone o L’etica nicomachea di Aristotele, ebbi l’impressione di aver letto qualcosa di davvero importante, e era bellissimo. Poi ripresi di nuovo amore alla lettura, alla lettura a mio modo, e, anche se con una frequenza minore rispetto a quella che avevo nell’adolescenza, tornai a scandagliare librerie alla ricerca di avventure. Di nuovo gli animali, di nuovo la giungla, ancora una volta l’Africa e l’Asia, ma faceva il suo ingesso anche la storia contemporanea e la periegesi -per dirla all’antica- più strettamente recente, Kapuscinski e Terzani in particolare.

Sono così stato donna senza esserlo mai stato, ho amato prima di amare, affrontato mostri dell’immaginario, cacciato tigri, viaggiato in Africa, visto Luanda assediata, perseguito pensieri e ricostruito concetti, immaginato mondi possibili, conosciuto idee. Seduto, sdraiato, in piedi, al mare, in biblioteca, a capo chino o camminando, da solo o con qualcuno, i libri che ho letto sono molto di quello che ho vissuto.

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1 commento su “I libri che ho letto”

  1. Un tempo vivevo molto (forse troppo) attraverso i libri. Ora, probabilmente, troppo poco…è diventato più raro il dono dell’abbandono, di un cuore indiviso, senza il quale la lettura non può che essere strazio.

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