l’amore non è più necessario

l’amore non è più necessario. l’amore come l’abbiamo conosciuto nelle favole e nei film d’animazione Disney è un fossile culturale che resiste in una forma privo di una sostanza. mi spiego. partendo dal presupposto aristotelico che siamo animali sociali, che dunque come tali viviamo in società, le necessità biologiche, le emozioni e i desideri si sono socializzati e storicizzati al loro interno, assumendo sfumature anche molto diverse nelle più svariate società umane a diverse coordinate spazio-temporali. Non c’è un modo di vivere, ce ne sono tanti, non c’è un modo di stare uniti e provare affetto, ce ne sono tanti. Volendo continuare a credere che una certa empatia di base sia condivisa e trasversale alla nostra specie (come anche ad altre), ritengo però che le forme che essa ha assunto attraverso specifici sentimenti nello spazio e nel tempo siano sociali e culturali, quindi relativi, sottoposti a difformità e cambiamenti. Detto ciò, l’amore come lo si intende comunemente in occidente, nel senso di due cuori e una capanna, forever and ever, è, secondo me, da un lato frutto di questa storia dell’uomo in questa parte del mondo, e dall’altro figlio della cultura romantica ottocentesca e della, forse meno nobile, retorica del consumo culturale, che è quella con cui poi ci troviamo a fare i conti oggigiorno; insomma non è un universale in sé. Ora è chiaro, gli uomini si uniscono per far fronte a necessità e difficoltà, prima si uniscono a due a due, ci metti in mezzo la biologia, diventano più di due, c’è la tribù, c’è la città, si diversificano i compiti, c’è la società civile, c’è lo stato, per tenere su l’ambaradan e sopravvivere al suo interno è ancora necessario per gli individui sorreggersi e stare assieme a unità più piccole, se no ci si perde, se no si viene mangiati e digeriti dal baraccone messo su, e in tutto questo serviva, era necessario, stare insieme, me e te, tu e io, il nostro gatto o nostro figlio. Era richiesto e era nella forma mentis delle persone, così che quel naturale sentimento di empatia umana quando dedicato costantemente a una persona specifica con cui t’accompagni si forma come amore. bensimmo. Il romanticismo c’ha messo appunto la componente romantica, che come tale, prima propriamente non era data, dunque lo struggimento, l’abnegazione, la dissoluzione totale l’uno nell’altro, la salvezza reciproca e via dicendo. Così che più o meno siamo arrivati. Nel Novecento, tra l’altro dopo i due conflitti mondiali, era ancora doveroso stare insieme, portarsi avanti, sostenersi e (ri)costruire. Ma già qualcosa stava cambiando, nelle culture ci sono infatti sempre molteplici direttrici di movimento. Fra tecnologismo, individualismo, retorica del sé, ambizione del successo, realizzazione personale, caduta delle grandi narrazioni, stavano prendendo forma nuovi miti, all’interno di una società che sempre cambia. Dentro al pentolone ci sarebbe da mettere di tutto, la scolarizzazione maggiormente diffusa, la circolazione delle idee, la facilità degli spostamenti, l’aumento delle comunicazioni e l’avvento delle telecomunicazione (fino al nostro Facebook), un più diffuso benessere economico, il consumismo di massa ecc. Ad ogni modo, quello che veniva sempre meno, era la necessità di stare insieme per svilupparsi e per evolversi, perché quello che è ormai diventato, a queste latitudini, il nuovo must è la specificazione di ‘me come individuo a se stante’. La società stessa infatti non ha più bisogno delle unioni al di là del bene e del male, quindi dell’amore, che faccia girare gli ingranaggi, si sono anzi create e rese necessarie situazioni tali che richiedono proprio l’atomizzazione fra le persone per mandare avanti il tutto. Parallelamente, simultaneamente mutano la società e le sue forme insieme agli individui che la costituiscono e ciò verso cui tendono. Si fanno reciprocamente, costantemente. In questo senso, e solo in questo senso, dico che l’amore non è più necessario. Resistendo come fossile della sedimentazione culturale, l’amore è oggi un simulacro, una forma a cui siamo ripetutamente richiamati dalla letteratura e dalle narrazioni di chi ancora resiste, di chi ancora l’amore come unione è riuscito a portarlo avanti più o meno rocambolescamente, e come bene di consumo dalle più pervasive retoriche pubblicitarie o semplicemente perbeniste, così da riproporcelo come universale, astorico e asociale. Questo, a noi che per buona parte siamo asfitticamente ripiegati sul nostro sé e a cui non è richiesto per sopravvivere e realizzarsi l’unione costante con un qualcun altro specifico, ci confonde enormemente, perché dovremmo volerlo, ma non siamo capaci di volerlo. Non è più necessario. E si vede. Mi si potrebbe obiettare, e me lo obietto da solo, che così gli amori d’oggi saranno più sinceri, meno frutto dell’utile, puri. Ma non stiamo forse ricadendo allora nell’idea creata di questo simulacro ideale ? Che l’amore come tale esiste e non è un prodotto storico sociale? Sarebbe da rifletterci ancora. Io non nego le possibilità per le nostre generazioni viventi di provare amore, cioè attrazione coinvolgimento voler bene affetto, siamo mammiferi e siamo umani, lo proviamo, dico solo che ormai sono amori diversi, la cui fenomenologia è appena stata abbozzata. Vedremo come andranno avanti le cose.
In tutto ciò, anche se non sembra, sono un romantico di prima linea!

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