Medea a Corinto

Sono qui, a Corinto, in una città in cui non riconosco niente di quanto conosco e in cui non riconosco più me stessa. Straniera mi chiamate, barbara. Vengo da lontano, Corinzi, ahi, troppo lontano perché voi possiate capirmi, perché io possa capirvi. Dove sei ora, Colchide? Vi faccio paura? Voi mi fate paura! Il Sole brilla ma voi non lo guardate, illumina ma voi non ve ne accorgete! Il mare purpureo solcate, ma voi non ne percepite l’abisso; calpestate la terra senza rispetto, ferendola, e senza una preghiera vi nutrite dei suoi frutti! Cosa siete, Corinzi? dove sono gli dèi, dove il vostro Dio? Ah, Medea, povera Medea, cosa sono venuta a fare qui? Al seguito di un uomo che mi sta abbandonando! Le promesse da voi nulla valgono e così i giuramenti. Il vello d’oro voi lo chiamate pelle di un caprone e, certo, qui non ha più nulla di sacro, così non significo più nulla io. Come sassi rubati a una spiaggia lontana e selvaggia, buttati sul levigato marmo dei vostri palazzi, non diciamo più nulla, non significhiamo più nulla, sfumato è il nostro potere. Cosa c’entro io con Corinto? Cosa ci faccio io qui? Mi sto perdendo, pazza! Non mi ritrovo più in quello che faccio, le mie azioni non hanno più significatività in questo luogo da voi de-significato. Presuntuosi uomini greci, avete fatto questo per il dominio della natura, per goderne indiscriminatamente i frutti. A questo fine, per mezzo della ragione e in suo nome, vessillo dietro cui nascondete l’insaziabile ingordigia, avete tolto e strappato i significati! Cosa ora è per voi sacro, cosa è giusto, cosa buono? Non si riconosce più nulla e ciò che era ora va perduto. Ridete di me e delle mie usanze, mi dite superstiziosa e, perché non mi capite, maga. Da un altro mondo davvero io vengo, un mondo più antico, in cui le cose significano insieme, in cui tutto si tiene unito in un epos. E’ negli atti, in ogni singolo atto, che questa fitta trama di significazioni si crea e ripropone costantemente, producendo simboli, riti, ruoli e racconti. Ma voi con la ragione asservita avete setacciato gli atti, avete isolato gli atti, analizzandoli, separandoli, disgregandoli e poi giustapponendoli! Cosa vi rimane, Corinzi? Il vuoto. Vi credete liberi, superiori ai miei riti di barbara, razionali creature capaci di scegliere, ma fra cosa sceglierete, ora che non vi resta più nulla? Non sapete amare, essere mariti e padri, non sapete muovervi sulla terra. In cambio pari agli dèi vi credete, stupidi. Dominatori di una materia senza mondo, così che nemmeno la natura è più tale, avete piegato la ragione alla gratificazione della vostra natura ferina, solamente per pascervi e oziare a piacimento. Empi! Proprio laddove pensavate di innalzarvi con la ragione ai numi immortali, alle intelligenze celesti, scoprite e manifestate in realtà il solo fine animalesco, e ucciso avete per sempre la vera più grande capacità umana, la significazione. La vostra è una ragione vuota, come la vostra terra. Io non sono così, io non vengo da qui. Vi guardo con occhi altri perché niente qui più riconosco fra voi, ma proprio perché mi fate paura, potreste schiacciarmi, ho ancora una possibilità per rintracciare me stessa e oppormi a voi, perché in me tutto è pieno di dèi.

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