LE RAGIONI ‘I’

incomincio oggi un progetto che è un racconto, che è una catarsi, mia e loro, perché siano finalmente esposte le ragioni. Le ragioni che muovono al compimento di destini infausti. E come nell’istituzione di un processo, a chiunque abbia qualcosa di dire, sarà data libertà di parola: a Elena, a Clitemestra, a Tiresia, a Edipo. Scoprirò così man mano le ragioni di ognuno di loro, a partire da Medea.

LE RAGIONI ‘I’ Si può molto odiare solo chi si ha molto amato

Medea è in piedi, sola, in cima alla scala. Ha salito i mille gradini un piede sull’altro, calpestate le ossa spezzate di chi ha ucciso. La fronte alta, il busto dritto, le braccia immobili. Un istante ancora e le protenderà aprendo il petto, mostrandosi al Sole che la trarrà lontano da se stessa. Ma è ora il momento della sua apologia, prima che tutto finisca, di fronte ai giudici di Giustizia, di fronte agli dèi, di fronte agli uomini, di fronte alle donne. Il buio la circonda, una luce la illumina. A occhi fissi, nello sguardo custodisce la distruzione. La potenza del suo annientamento per l’annullamento di Giasone. Il suo sacrificio il più grande all’altare dell’odio, la più grande la sua maledizione: nel petto dell’uomo un cuore per sempre straziato, che non potrà mai dimenticare la mano che l’ha mortalmente ferito, pomperà sangue avvelenato che goccia a goccia perpetuerà la sua ingiustizia e l’odio sordo di Medea, perché Giasone per sempre ricordi chi l’ha amato. Così armata ella prende parola nell’etere:

‘Gli uomini sono infidi, o giudici. Vani i loro giuramenti e le loro parole, empietà per gli dèi e inganni per le donne, sofferenze atroci per chi, sciagurato, li ama. Da una terra lontana, straniera che qui sono, tutto lasciai per costui, o uomini a lui pari, e con un grembo vuoto ora mi ritrovo, con un cuore sterile perché troppo salato. Questo è quello che elargite in cambio d’amore, un deserto di solitudine. Ma alte ho elevato le mura di cinta della mia città d’odio, da cui sferrare il più potente dei malefici! E nessun rimorso, nessun ripensamento mai, se lo saprò dilaniato, straziato e disfatto contemplando quella felicità che egli stesso ha gettato dietro alle spalle, come il più trascurabile degli oggetti, senza alcuna pietà. Perché, allora, ora proprio io dovrei avere pietà? No, alcuna. Così, dopo tutto quello che ho fatto, non paga, ancora io maledico Giasone! Ricordi il tempo che fu, quello che avevamo, ricordi la casa, i figli, il letto! E veda ora quello che è il frutto abortito del suo amore pauroso, della sua presunzione! E’ solo colui che ha infranto le promesse, non ha più nulla di quanto aveva. Allora sempre ne abbia memoria e ricordi me, Medea, che lo amai solo perché mi venisse in odio mortale. E se qualcuno di voi mi accusa, o uomini greci, egli non conosce giustizia, perché Dike stessa, che equamente ripaga, avrebbe fatto peggior male a Giasone, se si fosse potuto!’

Nel silenzio che segue le sue parole, una bianca figura si separa dalle ombre ai piedi della scala e incomincia a montarne i gradini. Una donna. Non si volta né guarda in alto, a capo chino, sotto un velo di fitta trama. Solo un sommesso lamento ne segue la lenta ascesa.

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