Necropoli

Osservo mia madre. E’ al telefono con la zia, sua sorella. Devono andare a prendere i fiori, devono preparare le tombe. Si stanno avvicinando i giorni dei morti. Per anni non ho capito cosa significasse, cosa significasse per loro, per chi li accudisce. La significazione è sempre per qualcuno, per chi la compie. Anche io voglio acquistare una pianta: una violetta africana per il mio monolocale a Bologna. Così sono alla serra con mia madre, l’ho accompagnata. C’è stato un contrattempo, mia zia è rimasta a casa con sua nipote, l’hanno chiamato Lucia, come mia nonna. Osservo le ceste che hanno fatto preparare, una piantina di rosa, un sempreverde. Sono quattro, tre della stessa grandezza e una più grande. Inizialmente sono scostato, poi mi avvicino e le dico ‘le porto io in macchina’. Avvia il motore, guida, si ferma a fare gas. Di nuovo al volante: ‘Ti porto a casa e poi vado al cimitero, va bene?’. ‘Si’. Ci penso, non capisco cosa provo, mi dispiace lasciarla andare da sola, ‘cioè no – balbetto – vengo anche io con te’. Come nella più classica delle immagini, una fila di cipressi ben distanziati guida verso il camposanto. Mia madre prosaicamente nota che non li hanno potati, sono infatti molto disordinati, ‘non avrà soldi il comune’, commenta. Cerca il parcheggio più vicino all’ingresso laterale, quello da cui siamo sempre passati perché è il più vicino alla tomba del papà. Seguiamo lentamente le mura, tutti i parcheggi sono presi, ma lei ne individua uno proprio accanto all’entrata, è soddisfatta. Prendiamo una scatola per uno, io quella con le tre confezioni, lei quella con la confezione più grande. Questa è per i miei nonni, i suoi genitori. Entriamo. I piedi sulla ghiaia. Tutto è grigio, i sassi, il cemento, il cielo.  I nonni sono poco distanti, subito a sinistra. Lucia e Agostino. Le foto sono di tanti anni fa’, di quando un giorno mi avevano portato a visitare le case di campagna in cui erano cresciuti; la nonna ha dei fiori in mano. ‘Insegnami, voglio imparare a metterli io’, ‘non ti devo insegnare niente, non è difficile, appoggiali con un certo ordine curandoti che i fiori non coprano troppo i nomi’, mi risponde. Allora apro con la chiave il vetro, mi chino e posiziono la ciotola con le roselline e il sempreverde. ‘va bene?’ ‘spostalo un po’ più di qua, ecco così’. Ovviamente. Ci dirigiamo verso la tomba del papà e degli altri nonni, che stanno sopra di lui, i suoi genitori. Ripercorro quei sentieri di ghiaia fra le tombe che conosco fin da quando ero piccolo, era l’unico modo per andarlo a trovare. La mamma o il nonno mi tenevano per mano, poi mi mandavano a prendere l’acqua col secchio e io mi divertivo alla fontana. Gli arrivo davanti, davanti alla sua foto. Come sempre è strano. Anche io ho un padre. La sua concretezza nella morte, nella sua tomba, nella sua foto, con la frangia, una maglia a righe e un giubbotto di jeans. E’ strana questa concretezza degli oggetti e delle immagini, essendo per me il suo pensiero un’astrazione. Mia madre si allunga a togliere petali e foglie secche; seguendo il suo gesto leggo l’epitaffio e noto, incredibilmente per la prima volta, che avanti il nome c’è l’abbreviazione ‘prof.’. Mio padre era professore. ‘Non l’avevo mai notato, mamma’ ‘Beh c’è sempre stato, forse non l’hai mai letto o forse ti sei solo dimenticato’. Sistemiamo anche qui le composizioni, quella per il papà ha le rose rosse ‘ho sempre messo le rose rosse a tuo padre’, dice. Ancora una volta mi domando come abbia fatto a vedere per tre anni morire l’uomo che amava. Che ama ancora. Come faccia ogni giorno. Mi lascia, va a prendere dell’acqua e una scopa, ‘te controlla la borsa e lo scatolone’, come se fossi ancora un bambino. In questi minuti guardo la sua foto, quella di mio padre, e mi chiedo se mi avrebbe voluto bene, se gli sarei piaciuto, se sarebbe stato contento di me. Dentro mi dico sì, sono tuo figlio, mi avresti amato. Mi piace crederlo.

Mentre usciamo dal cimitero mi guardo attorno con attenzione e vedo le donne. Donne di tutte le età, la maggior parte anziane. Donne che accudiscono le tombe, che custodiscono i morti. Qui gli uomini sono rari fra i vivi. Ce ne è qualcuno in compagnia di una madre e di una sorella o di una moglie. Ma stanno facendo il giro di visita per questo periodo dell’anno. Gli uomini vivi, protetti, si lasciano guidare da chi conosce le strade delle necropoli. Visitatori entrati forse solo a metà, camminano per il cimitero, ma attraversano anche loro le città dei morti? Le donne sì, le vedi che ci sono nella necropoli. Il cimitero è il luogo fisico, le mura, il cemento, i sassi e gli abeti. La necropoli è la città dei morti, è il motivo per cui si viene qui. Per prendersene cura, per avere una relazione con loro. La cura è comunicazione, attenzione, dedizione. La cura è sentimento e riconoscimento. Questa cura è riconoscimento dell’esistenza dei morti, di chi non c’è più, di chi non è più per definizione. Queste donne, che sono qui in questo cimitero, a Massa Lombarda provincia di Ravenna, sono in una necropoli. Con il vetrix e lo strofinaccio, le biciclette portate a mano e le sporte coi fiori appassiti da gettare. Nuove corone di rose da deporre a un marito, a un padre o a una figlia. E’ così che entrano nella necropoli, con i gesti concreti e materiali del riconoscimento e della cura, i gesti della vita, ma dedicati alle ombre. Amore. Non culto, ma riconoscimento dei morti.

Siamo quasi al cancello, ci voltiamo a guardare nuovamente verso la tomba dei nonni, ‘ciao’ diciamo piano, facendo un cenno con la mano. Metto un braccio sopra le spalle di mia madre ‘in questi anni voglio aiutarti, penserò io a tutto questo’. Oltrepassiamo l’ingresso del cimitero e per oggi usciamo dalla necropoli.

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3 pensieri riguardo “Necropoli”

  1. il riconoscimento di quello che è stato che fa di noi quello che siamo…
    necessario ricordare, anche per vederci mutare
    certo che gli saresti piaciuto…
    un abbraccio
    nico

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