Greca, italiana e bavarese

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Mi trovo in Germania, Monaco di Baviera. E’ la prima volta in questo stato e, come in molte altre situazioni nella mia vita, ci sono finito per caso. Da un anno esatto vivono qui due care amiche: ho infine accettato l’invito di passare qualche giorno da loro. Dopo un viaggio di circa sei ore attraverso il nord-Italia e le valli dell’Adige e dell’Innsbruck, arrivo alla stazione ferroviaria di Monaco. Aspetto qualche minuto, Cecilia mi raggiunge, ci salutiamo con un abbraccio e di buon passo mi fa strada verso casa. A una prima impressione Monaco conferma quello che mi aspettavo: una città tedesca, benché io stesso non sappia precisamente cosa intenda con questo aggettivo. ‘Tedesco’ è sempre stato un concetto vago nella mia mente, sfuggente, al quale da una certa età in poi non ho più prestato molto interesse. Da piccolo i tedeschi erano i soldati cattivi dei racconti della nonna, quelli che quando lei era giovane hanno ucciso i suoi vicini e dopo essersi impadroniti di casa sua stavano per uccidere tutta la famiglia, oppure quelli biondi che vedevo al mare d’estate e che parlavano una lingua che non capivo, la stessa lingua che udivo in alcuni paesi in montagna sulle Alpi, una lingua che non mi piaceva molto. Poi tedesche erano le ragazze bionde o le birre, e tedeschi quelli che si mettono i sandali coi calzettoni. Niente di più, niente di meno. Forse, lo devo ammettere, sono sempre stato un po’ snob verso questa cultura, tanto da disinteressarmene totalmente. In questi ultimi anni, poi, i tedeschi sono diventati ai miei occhi un contraltare alla mediterraneità, mediterraneità di cui mi sento parte. Dunque qualcosa di alieno da me, qualcosa che sento profondamente distante. Anche per questo non ho mai desiderato venire in Germania. E malgrado io abbia studiato filosofia, dunque innumerevoli filosofi tedeschi, come lo stesso Kant – che amo -, è inutile, per me filosofi sono i greci, non i tedeschi. Ahimè, io stesso, vivendo in una dimensione soggettiva come tutti, ho paraocchi. Ma il caso mi porta anche qui in Germania e, come in ogni altro viaggio, provo a registrare tutto e a lasciarmi sorprendere.

Monaco è una città moderna, dall’assetto urbanistico efficiente e dalle strade larghe. Imperversano due materiali di costruzione, il cemento e il mattone, nonché il vetro negli edifici più recenti o pretenziosi. Il cemento è usato nelle infrastrutture e in alcune, paradossalmente, sculture, anche di stampo neoclassico, il mattone nella maggior parte dei palazzi. Inoltre Monaco è meno ‘montanara’ di quello che stupidamente credevo, e molto più cittadina: i gerani rossi alle finestre non sono così comuni, almeno in centro.

Una delle prime cose che vedo nella passeggiata di questa mattina è una piazza della quale non ricordo il nome, probabilmente perché si tratta di una lingua che ignoro totalmente, ai lati opposti della quale si trovano due mastodontici edifici in stile neoclassico, tirati su con ben poca grazia durante il XIX secolo. Si tratta di due musei di collezioni archeologiche con pezzi greci e romani, come indicato dai due striscioni altrettanto monumentali che pendono fra le enormi colonne, corinzie in uno e ioniche nell’altro. Sui due lati di ognuno degli edifici, sopra la lussureggiante erba verde, si ergono tre aste che sventolano ognuna una bandiera, una greca, una italiana e una bavarese, per un totale di dodici bandiere in tutto. Vedere questa scena mi suscita una totale dissonanza, davvero non riesco a capire quello che sto vedendo, e se lo riesco a capire mi sento un po’ preso in giro. La nostra bandiera accostata alla greca con accanto quella della Baviera conficcate in terra tedesca ai lati di due bruttissimi palazzi contenenti reperti archeologici dell’antichità classica. In questo momento storico mi sembra una barzelletta. Non vivo bene questo momento e non mi fa piacere quello che vedo anche se immagino che l’intento della municipalità di Monaco sia quello di un tributo all’Italia e alla Grecia. Il glorioso passato delle civiltà classiche permette dunque alle due bandiere del Mediterraneo della crisi di sventolare quassù, alle due nazioni cancro dell’Europa per bene di dotarsi di un valore, quello del lontano passato di quei territori. Ma noi non siamo la Roma di Augusto, e la Grecia non è l’Atene di Pericle, allo stesso modo in cui una madre non è il figlio, soprattutto una madre, quale è la civiltà classica, che ha una numerosa discendenza. In contrasto con questo pensiero emerge, antitetico, poi un altro stato d’animo, enfatizzato dalle due bandiere: quello di un’espropriazione della cosiddetta ‘nostra storia’, e quel che è peggio di un’espropriazione indebita per cui ironica, in quanto chi ha messo qui la bandiera dell’Italia (insieme a quella della Grecia) sa che la ‘nostra storia’ è di tutto l’occidente e la storia di tutti gli studiosi, compresi – e con merito – i tedeschi, eppure suggerisce legami specifici del passato classico con le nazioni moderne di Grecia e Italia; ‘perché?’ allora mi domando. Forse che il nostro orgoglio, in quanto povere nazioni del sud, è in un passato culturale che, alla fine e in realtà, non è più nostro di quanto non sia di chiunque altro? Faccio fatica a capire e certamente gioca forte un senso di frustrazione e di mestizia per la situazione attuale e per la considerazione attuale. E’ così che mi sento davvero preso in giro dallo sventolare dei due drappi qui in questo momento e per gli stupidi stati d’animo che questa strana combinazione mi gioca. ‘Fuori luogo’ mi sembra l’opinione migliore per quanto mi si para davanti.

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