Naufrago su una panchina

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A volte ci si sente naufraghi quando si è ben lontani dal mare. Magari su una panchina e con ancora addosso le scarpe, le converse rosse che hai comprato quando avevi diciotto anni e con cui ti sei anche laureato. Quella panchina è come una zattera. A un certo punto ti accorgi che non c’entra niente con la tua vita, come la zattera dei naufraghi, che solo li trasporta ma che non c’entra col loro passato, con la loro storia. Sei lì appoggiato per sbaglio, per una serie di eventi che non è dipesa da te, che ti ha portato lontano da quelli che erano le tue mete e i tuoi strumenti di navigante, quando ancora credevi di avere una rotta e di governare la nave. Estraniato, su questa panchina che non conosco in un pezzo di vita in cui non mi riconosco. Naufrago. Non trovo appigli, punti fermi, l’orizzonte è sfumato e confuso, nessuna sagoma che si sofferma, ma solo sentirmi sfuggire e perdere. Perché sì, l’auto-riconoscimento molto dipende da referenti esterni, dal riconoscerli, e così in essi specchiare se stessi, la propria vita e la propria storia. Sta sera, su quella panchina, mentre parlo al telefono sono privo di qualunque referente esterno: su una panchina che non conosco, in una strada che non mi appartiene avendo una conversazione che non credevo mai potesse aver luogo così come sta avvenendo.

 

Poi osservo le mie scarpe. Come ho detto, quelle converse rosse che mi accompagnano da tanti anni. Loro hanno pestato con me innumerevoli passi sulle strade più diverse. Loro sono il comune denominatore del liceo e dell’università, ma anche di Parigi, Londra, Massa Lombarda, Bologna, Madrid, Istanbul. Con lo sguardo mi ci aggrappo, al rosso che sta sbiadendo, alla tela che sta cedendo all’attaccatura delle dita, alla plastica consunta e alla scritta cancellata. Le mie scarpe mi calmano: riconoscerle mi permette di auto-riconoscermi.  Sono la via d’accesso a me stesso, all’unità della mia storia e del mio percorso, alla rotta che mi ha portato fino a questo momento, qui seduto su questa panchina-zattera. Così tengono tutto assieme. L’estraneità comincia pian piano a scemare e è di nuovo un mondo con contorni, forse nuovi, ma che posso imparare a conoscere e riconoscere.

 

Approdato su nuova terra.

 

E allora voglio imparare a essere naufrago davvero, a non sentirmi perduto ma a ritrovare sempre me stesso sulla zattera. Solo così potrò tracciare una rotta. E non la rotta di dove sto andando, solo gli dèi lo sanno,  ma la rotta che ho percorso, da cui sono venuto. Solo così potrò assecondare le onde e non sentirmi estraniato. Ricordandomi chi sono, tenendomi e trattenendomi, posso guardare il nuovo orizzonte, approdare su isole deserte e terre sconosciute che mai avrei pensato di trovare, ma che ora mi sono davanti e di cui voglio apprendere le figure. Il naufrago può affrontare tutto ciò e, benché perso, non sentirsi perduto perché sa mantenere l’identità di se stesso, il suo percorso unito. Non ha referenti esterni a aiutarlo, il naufrago. O forse sì, forse qualcosa ha, qualcosa di piccolo probabilmente, un talismano, una perla, o magari di comune, un paio di scarpe, una benda, qualunque cosa, che gli parla di dove viene. Io ho le mie converse rosse.

 

Ma anche non avesse nulla, il naufrago, quantomeno il suo corpo c’è. La materia che siamo, la prima via d’accesso all’identità, visibile e tangibile; carne, ossa e qualche litro di sangue. E’ un piccolo pensiero confortante, e è così che mi stringo nelle spalle sentendomi ben compatto. Ci sono, sono qui.

 

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1 commento su “Naufrago su una panchina”

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