Grecia del crepuscolo

[è questo il racconto di sole 4500 battute con cui ho partecipato a un concorso sul tema ‘incontri in viaggio’. E’ un distillato delle molte sensazioni e dei molti pensieri che mi ha dato la Grecia quest’estate, quando certi luoghi cominciano a salvare]

Sono partito con mia madre. Siamo tornati in Grecia. E’ la quarta volta; sempre solo io e lei, e forse è questo il primo incontro di un viaggio che ne ha portati molti. Non è casuale con chi scegliamo di condividere la strada, benché talvolta lo si scopra solo alla fine.

Partiti da Bologna, dove vivo, arriviamo a Thessaloniki nel pomeriggio. Il primo impatto è di familiarità: il sole filtrato dal caldo afoso e i pergolati di vite in mezzo al cemento mi ricordano Atene e Istanbul, città dell’est meridionale. Sono luoghi che amo, in cui non c’è mai silenzio e lo smog che si respira è frenesia di vivere, di fare, di lavorare. Ci dirigiamo subito verso il porto e salutiamo di nuovo il mare greco, non ancora visto da quest’angolazione. E’ un mare al tramonto: le tarde luci accendono barbagli sulle onde mentre incendiano l’ovest d’arancione, dietro alle gru da scarico e alle ultime navi. Qui, dove è additata la crisi, si prepara per me un viaggio del crepuscolo.

Restiamo alcuni giorni nella città della principessa (così si chiamava la figlia di un re macedone) e ne esploriamo le molte chiese bizantine, i palazzi smembrati e le scale accidentate che salgono la collina, fino alle grandi mura e all’ano-poli, la città vecchia. Da quassù il cemento sembra assediare ogni centimetro di terra verso il golfo termaico, accerchiandolo, mentre il mare sulla propria superficie resta libero e le imbarcazioni, oggi come allora, sono ancora in balia all’umore di Poseidone.

Così decadente, ma anche così elegante e fiera, Thessaloniki.

Lasciata la città, terminato un lungo viaggio in autobus sotto una coltre di nuvole balcaniche, cessato di piovere proprio al nostro arrivo, vado a correre mentre mia madre esplora la piccola cittadina di Kastraki, incastonata fra questi alti pinnacoli lunari che sono le Meteore, sospese nel cielo e aggrappate al centro della Grecia. Correre all’interno di questo panorama antico, alla luce di un tramonto stemperato dall’aprirsi del cielo e dall’odor di pioggia, mi mette in comunicazione con l’energia sacra della Terra e dei suoi elementi, semplici e fluidi come volevano i primi filosofi della natura. Mi sento allacciato a un Tutto che è Uno, che fluisce sciogliendosi nelle sue innumerevoli parti. Così pensando, scorgo una tartaruga su una sassaia; la raccolgo e la depongo sull’erba. Mi ricorda la tartaruga che vidi un anno fa nella luminosa Delfi, accanto ai gradini del tempio di Apollo; me la indicò mia madre. Era destino forse rincontrarla qui, in Grecia, non la stessa tartaruga, ma la saggezza che avevo perduto, simboleggiata nel piccolo animale. Voltando un tornante ecco una variante dell’incontro: il quasi scontro con Corradino Mineo, il giornalista. L’incredulità è grande, ma la conferma è data dagli immancabili occhiali rossi. Farfuglio qualcosa imbarazzato, lui è affabile. Solo quando raggiungo il pinnacolo più remoto, quello che custodisce il monastero chiamato megalo meteoro, mi rendo conto di non avergli nemmeno detto il mio nome, ma solo che mi sono laureato in filosofia: mi domando perché, riassumo forse così la mia vita? E tutto il resto?

Plateia Aristotelou, ultimo giorno. “Diego! Allora, le isole?” mi domanda Effi gettandomi le braccia al collo, poi aggiunge, “ma dove è tua madre?”. Tornati la stessa mattina a Thessaloniki, ha preferito attendere in aeroporto. Effi, una mia amica greca, è una ragazza dagli occhi grigio-azzurri, cangianti come i cieli della sua città, sempre pronta a ridere, amare o a dar battaglia. Ci siamo conosciuti all’università, a Bologna. Seduti su una panchina, le porgo un piccolo sacchetto di stoffa, “questo è per te, viene da Ikaria”. Un orecchino solo, di legno dipinto d’azzurro. Le sue labbra si schiudono fino ad aprirsi in un sorriso, “amo l’asimmetria! E’ bellissimo!”. Parliamo. Ci scambiamo ricordi e coscienze, affidandoci l’uno allo sguardo dell’altro. Le racconto del vento incessante e dei pensieri impazziti, del dolore  sacrificato all’acqua fredda e tagliente del mare. Lei conosce le ragioni del mio caos e già la notte prima che partissi per le isole sapeva che avrei cercato una catarsi: “non devi avere paura di sbagliare, di commettere errori” mi disse sull’agorà alla luce della luna. Parole di riflessione e salvezza. Basta con l’anti-crisi: vivere la crisi, imparare a perdonarsi, concludere. La Grecia del crepuscolo si effonde in uno sguardo illanguidito dal saluto.

In aeroporto abbraccio chi silenziosamente mi ha custodito lungo tutto questo viaggio, mia madre.

Diego Baroncini

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1 commento su “Grecia del crepuscolo”

  1. non sono brava come te con le parole… non so come dirlo è molto bello questo racconto e leggendolo mi sono venute le lacrime agli occhi. Non so perché forse perché ero con te in qui giorni difficili o solo perché ti voglio tanto bene…. un bacio

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