[SPIN-OFF] IN GRECIA CON MIA MADRE POCO PRIMA DEI TEMPI DELLA CRISI – SKIATHOS 2005 La spiaggia di pastore

Ho visto la Grecia della crisi, l’ho percorsa in più tappe fra 2012 e 2013 con una speciale compagna di viaggio, mia madre. Ho voluto vivere queste esperienze con lei perché sono convinto che la condivisione con chi amo radicalizzi le esperienze stesse, e è stato così. Questi percorsi in Grecia con lei sono stati viaggi sacri. Ora vi racconterò come.

[SPIN-OFF] IN GRECIA CON MIA MADRE POCO PRIMA DEI TEMPI DELLA CRISI – SKIATHOS 2005 La spiaggia di pastore

Dobbiamo tornare con la mente a dieci anni fa, al 2005, quando non c’erano ancora gli Iphone, google maps, spotify, facebook, ecc., a quando ancora la generazione che sarebbe poi divenuta quella degli universitari radical chic e poi hipster 2.0 si muoveva fra macchine fotografiche col rullino, cellulari ricaricabili, summer card, lettore-cd e, proprio a voler esagerare, lettore-mp3. Detto questo, immaginate un ragazzo di diciassette anni appena compiuti, abbastanza in carne, con in testa capelli troppo cresciuti, non ancora lunghi ma troppo lunghi per essere corti: è a disagio col suo corpo e con la sua immagine, ama leggere, si vuole dare arie da intellettuale, è puntiglioso sulla grammatica, ma comunque ascolta i Green Day per non essere troppo fuori contesto e è animato da uno certo spirito polemico e sarcastico nei confronti della sua genitrice. Sono io. Immaginate ora, invece, una donna di poco più di cinquant’anni, professoressa di matematica, con un carré di capelli castani appoggiato sopra il suo metro e sessanta (sessantasei quando ha i tacchi): legge libri gialli, ascolta Baglioni, mangia soprattutto verdure, beve molto caffè, è leggermente ansiosa. È mia madre. Questa è in nuce la coppia di avventurieri che, successivamente, andrà alla scoperta della Grecia e non solo e che qui si trova, per così dire, a fare le prove generali per l’imminente stagione di viaggi insieme.

Sotto consiglio di mia sorella, da poco sposa, mia madre decide di prenotare un pacchetto vacanza di una settimana per me e per lei in un’isola greca ‘verde’, Skiathos. È infatti molto colpita dal racconto di mia sorella che c’è già stata, che gliela descrive proprio verde, e questo la eccita tantissimo, ricca di alberi, pini e macchia mediterranea, lussureggiante quasi, «non come la maggior parte della altre isole, che invece sono brulle e bruciate dal sole». Quindi, non so bene perché, colpita dall’immagine di quest’isola verde, è più determinata che mai a partire verso le Sporadi, appunto l’arcipelago composto dalla nostra Skiathos, Skopelos e Alonissos. È luglio e si parte. È solo la seconda volta che io e madre prendiamo l’aereo, siamo quindi ancora piuttosto emozionati. Accanto a noi ci sono alcuni giovani studenti che hanno da poco terminato gli esami di maturità, stanno andando a Mykonos, dove il nostro volo charter fa la prima fermata. Sorvolando l’isola durante l’atterraggio: «Vedi, vedi come è tutta giallastra e brulla quest’isola? Non ci sono alberi, sembra un deserto! Dove andiamo noi, invece, sarà verde! Loro – con aria di disappunto – qui ci vengono solo per le discoteche». Si è proprio fissata, penso. Poco dopo: «Guarda, guarda come è verde! Che bei colori, che bella natura, quanta pineta, sembra così tranquilla!», stiamo arrivando a Skiathos. Raggiungiamo l’hotel e la ragazza alla reception saluta mia madre in greco, kalimera, la quale a sua volta risponde, kalimera, così che quella poi continua a parlare in greco. Ma, notata l’aria sorpresa di madre, e sentita la mia flebile richiesta di parlare in inglese, dice qualcosa del tipo: ma come, madam non è greca? eppure ha detto kalimera così bene che ero convinta fosse greca. Beh, dopo questo siparietto comunque ci mostra il giardino e la sala colazione per poi guidarci in camera. «Hai sentito? Pensava che fossi greca! Forse un po’ lo sembro!», dice mia madre tutta sorridente guardandosi allo specchio, come se sembrare greca fosse qualcosa di molto più esotico e seducente che sembrare italiana, come se le avessero detto che credevano che fosse, chessò, giapponese. Mah.

I giorni successivi sono completamente dedicati all’attività balneare: leggere in spiaggia curandosi, da bravi romagnoli, di essere sempre completamente sotto il sole cocente, oppure ascoltare l’unico cd che mi sono riuscito a portare dietro, comprato in autogrill verso l’aeroporto, ‘Striscia Latina, summer hits 2005’, perché ho dimenticato il mio porta-cd a casa, e qualche sguazzata nel mare Egeo a bordo di due materassini verdi. In effetti su questi io e madre siamo piuttosto efficienti e riusciamo a percorrere anche svariate centinaia di metri laddove l’acqua è molto profonda: aggrappati allo stesso materassino lo spingiamo facendo il ‘motore’ con le gambe, e mentre così navighiamo da una parte all’altra del mare, lei parla, parla, parla. La sera ceniamo in un ristorantino tipico greco – strano, siamo in Grecia – nel centro cittadino, mi offrono l’uzo (liquore da bere, se ho ben capito, prima di mangiare oppure allungato con l’acqua durante il pasto) che io di sottobanco passo a mia madre, non piacendomi neanche un po’; ci portano poi le vivande e a un certo punto attacca la musica e tutti incominciano a ballare in un grande cerchio, non so se sia il sirtaki o cosa, ma a stento freno madre dal raggiungerli -all’epoca ero una persona davvero rigida e schematizzata, madre invece non lo era allora e non lo proprio è mai stata-.

Una delle spiagge che più apprezziamo in giro per l’isola – a bordo della macchina che madre ha impavidamente noleggiato e che guida per sette giorni – è una cala sassosa difficilmente raggiungibile attraverso un sentiero fra sterpi spinosi e massi aguzzi. Essa è la cosiddetta spiaggia di ‘pastore’. Qui infatti vive, in una sorta di baracca-casa-bar, un signore arrostito dal sole, poco più in là con l’età rispetto a mia madre, che alleva capre. Questo baffuto Pan cinquantenne che con un fischio richiama tutta la sua corte a quattro zampe è semplicemente conosciuto da me e madre appunto come ‘pastore’, personaggio già mitico e leggendario dei racconti su quest’isola di mia sorella. Dunque, il primo giorno che scendiamo da pastore, io, avendo perso l’equilibrio mentre in infradito affronto questi scoscesi sentieri, mi foro una mano appoggiandomi a un rovo, così che corro con agilità caprina -sarà il luogo- giù dalla scarpata per immergere la mano nell’acqua del mare. La reazione di mia madre? Farmi una foto. Chi mi nota da lontano è però proprio pastore, il quale mi si avvicina facendo gesti e rumori di benvenuto, poi si volta e vede madre che sta calando dalle rocce con titubanza e ne resta estasiato, folgorato, fermo lì come un baccalà. Lei, dall’alto, si sistema il cappello. Potrebbe essere l’inizio di una grande storia d’amore, ma invece è solo l’inizio di una breve e buffa amicizia, per quanto pastore possa sperarci. «Ha detto che ci prepara lui da mangiare, greek salad e pesce» mi dice lei dopo essersi attardata a comunicare con lui a gesti, «che fortuna!», commento sarcastico. Ma, a dispetto della mia iniziale sfiducia, pastore ci procura dall’interno della sua baracca un pranzo coi fiocchi, abbondante e saporito, tra l’altro offrendo a me una coca-cola e a mia madre un bicchiere di vino (mica scemo). Passiamo alcune ore al sole, poi lui torna a spuntare dalla baracca e a chiamare madre “for coffee” a gran voce. Lasciandomi in mezzo alle caprette che si aggirano curiose qua e là, lei lo raggiunge con una punta di scetticismo. Quando torna capisco perché: «mi ha offerto il caffè greco, quello col fondo, una brodaglia amarissima, imbevibile», «ma l’hai bevuto?», «sì». A madre non piace, ma non ha il cuore di dirglielo, così che ogni giorno che torniamo in quella spiaggia lui poi la invita sempre a metà del pomeriggio a bere il caffè insieme: esce dalla baracca, la chiama, lei va, li vedo seduti su sedie di plastica bianche a bere questo loro caffè greco che a lei fa schifo, gesticolano, fanno grandi risate. Ma arriviamo purtroppo all’ultimo giorno di vacanza, al momento in cui dobbiamo definitivamente salutare anche pastore. Io, per conto mio, l’ho già salutato, ma al tramonto, quando ho già imbracciato zaini, teli e materassini, madre mi dice: «non lasciarmi da sola, vieni con me, parlagli tu, con l’inglese faccio fatica». Ora, fra lei e pastore evidentemente non è mai stata questione di inglese, visto che nessuno dei due in realtà lo sa, quindi non capisco perché sia necessario il mio intervento, però vado, forse perché non voglio perdermi la scena. Lui è subito fuori la baracca, ci sta aspettando, lo raggiungiamo. «Digli che quest’isola è molto bella», «the island is very beautiful»,«e soprattutto la sua spiaggia», «especially your place», «digli che abbiamo mangiato molto bene da lui», «your food is very good, the best food», lo sto gasando. Lei respira: «digli che oggi è il nostro ultimo giorno, che domani dobbiamo andare», «today is our last day in Skiathos, tomorrow we’ll go away». Un attimo di silenzio. Riprende: «digli che è stato molto gentile con noi, che siamo stati molti bene con lui», «you have been very kind with us, we have loved to stay with you, and she loves your coffee» aggiungo impertinente, lei se ne accorge. Silenzio di nuovo. «Oh good boy, very goog boy, good luck for the future», «thank you, pastor, the best to you». E ora il colpo finale, l’ultimo atto. Lui la guarda con dolcezza sincera e rupestre e così le dice qualcosa di del tutto inaspettato: «Madam, let me to kiss you». Lei non ha tempo né di capire cosa sta succedendo né di rispondere alcunché che lui è già lì, a pochi centimetri di distanza nella luce dorata della sera. L’afferra, la strizza fra le braccia e le dà un bel bacione con schiocco da qualche parte tra i suoi baffi e fra la bocca il naso di lei (dalla mia posizione non riesco a vedere bene, e lei a tuttora nega sia sulla bocca, ma a me sembra di sì). Dopo un primo momento di stordimento, spalancati gli occhi e divincolatasi alla meglio e peggio, lei si scioglie dal suo rude abbraccio e mi si avvicina. «Salutalo», mi dice stentorea, «goodbye, pastor». Sta già camminando lasciandomi indietro, ma si ferma, pensa, si volta, ci guarda, lo guarda, mi riguarda, io faccio spallucce e alzo gli occhi. «Digli che ritorneremo a trovarlo» sentenzia. «In the future, we will come back to visit you». «The next year?», mi domanda, «I don’t know». Ci voltiamo definitivamente, prendiamo a camminare, a montare la via delle capre, e è così che lasciamo pastore dietro di noi, fra la sua corte di capre in una luce che diventa sempre più fioca, e la verità è che, alla fine, non siamo mai tornati.

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IN GRECIA CON MIA MADRE AI TEMPI DELLA CRISI – DELFI II PARTE Donnavventura

Ho visto la Grecia della crisi, l’ho percorsa in più tappe fra 2012 e 2013 con una speciale compagna di viaggio, mia madre. Ho voluto vivere queste esperienze con lei perché sono convinto che la condivisione con chi amo radicalizzi le esperienze stesse, e è stato così. Questi percorsi in Grecia con lei sono stati viaggi sacri. Ora vi racconterò come.

IN GRECIA CON MIA MADRE AI TEMPI DELLA CRISI – DELFI II PARTE Donnavventura

La piccola Delfi, che a partire dal grande platano si struttura sulle due strade in su e in giù, dista solo qualche centinaio di metri dall’omonimo sito archeologico, tanto celebre oggi sotto il profilo turistico quanto lo era nell’antichità sotto quello sacro: Delfi infatti era una delle aree templari più famose dell’Antica Grecia prima e dell’Impero Romano poi, sede del mitico oracolo di Apollo. Dico mitico non a caso, infatti fu qui che si recò lo stesso Edipo alla ricerca di qualche traccia sul suo passato e sul suo destino. Fuori dal mito, l’oracolo fu consultato da re e capi di stato, marinai e commercianti, uomini e donne delle più diverse estrazioni sociali per centinaia di anni, fino al predominio della religione cristiana, attorno al IV-V secolo d.C. Da sempre, dunque, questo luogo è meta di vari ordini di pellegrinaggi: una volta per lasciare un’offerta votiva al grande tempio e chiedere un responso alla pizia, oggigiorno invece per chi, in frotte, vi si reca a bordo dei super-moderni bus climatizzati dei tour turistici organizzati. E proprio da quest’ultimi era stata beneficiata per molti anni la moderna popolazione locale, che in poco tempo aveva dotato la piccola cittadina di tutto quello che potesse servire ai visitatori: alberghi, ristoranti, bar e negozi di tutti i tipi. ‘But now things are changed’ mi dice Helen. Continua che una volta i turisti si fermavano qualche giorno, come fate voi, oggi invece -sarà la crisi- arrivano con l’autobus davanti all’ingresso del sito, scendono, fotografano e se ne vanno, di qui, dal paese, non ci passano neanche e tutti gli alberghi e i ristoranti della città sono ormai vuoti, i negozianti accendo le luci sugli espositori solo quando qualcuno entra a vedere quello che c’è. Helen è molto contenta che noi, diversamente, ci tratterremo ben tre giorni. ‘Many things to do after yuo have seen the archaeological site. Many excursions for exemple: there is a vary nice one going down the mountain to the sea!’. Che bell’idea, Helen, mi sembra bellissimo! ‘Diego, ma sei sicuro?’ ‘Si, mamma, che ci vuole?’.

Così dedichiamo l’indomani all’esplorazione delle antiche rovine e il giorno successivo invece alla, per chiamarla così, camminata. Dunque, guida alla mano, armati di cappello, occhiali da sole e l’immancabile macchina fotografica rosa al polso di mia madre, nella foggia turistica più stereotipata che potessimo ottenere, percorriamo il breve percorso che ci conduce all’ingresso del sito: qui, fra pini e cipressi e una macchia mediterranea profumatissima sorgono edicole votive, tempietti, quello che rimane del colossale tempio d’Apollo (su cui si dice troneggiasse il motto ‘conosci te stesso’), l’antico stadio e soprattuto il grande teatro la cui cavea conduce lo sguardo direttamente sopra il cielo. Capisco perché abbiano scelto questo luogo, è di una bellezza impressionante e, guardando a sud, è costantemente illuminato dal Sole: annidato sulla montagna, si apre a una vista mozzafiato come un nido d’aquila. Mia madre intanto si è galvanizzata, dice che sente l’aria benefica di Delfi, che non le fanno male le ginocchia a salire e scendere lungo questi sentieri. ‘È l’aria di Delfi’, continua a ripetere, ‘è magica’. Poco dopo, recatici in una più piccola zona templare dedicata a Atena -non distante da quella principale-, trova il suo nume tutelare nel tempio circolare di Atena Pronaia, cui si vota definitivamente. È bello vederla così, entusiasta, felice, piena di energia. Ride, si diverte, fa foto, mi spiega le cose, critica gli altri turisti che non prendono tempo per apprezzare i piccoli dettagli e l’insieme, capire il sito, la disposizione dei templi, che non guardano questi ulivi che saranno qui da centinaia se non migliaia di anni. Sono contento di essere qui con lei, davvero tanto contento. A un certo punto si sente addirittura così rimpolpata dall’aria di Delfi e da Atena Pronaia che mi dice: ‘dai, domani andiamo a fare quel giro che hai letto nella guida e di cui ti ha parlato Helen!’

Detto fatto. È già domani e con lo zaino in spalla stiamo per partire. Helen ci dice di prendere molta acqua, ‘water, madam, lots of water’. ‘Prendiamo anche qualcosa da mangiare!’, ‘no, mamma, che a metà strada troveremo un paese e non voglio avere troppi pesi negli zaini, che poi ti stanchi’. Le ultime parole famose. Incominciamo a scendere lungo questa scarpata abbrustolita dal sole che sembra non finire mai con quelle poche ombre offerte dai radi alberi di mandorli e fichi, mia madre si munisce subito di un bastone ‘per battere per terra e spaventare i serpenti’, quando io, invece, in un batter d’occhio finisco la poca acqua che avevamo con noi e incomincio a dire ‘mamma, ho sete, mamma, ho fame’. Lei, saggia e esperta come una squaw indiana, al primo albero che troviamo allunga la mano e prende un frutto, ne estrae il nocciolo e me la offre, spiegandomi -alla vista del mio disappunto- che è appunto una mandorla. Inizialmente la rifiuto, poi accetto, e anche lei ne mangia alcune. ‘Non vuoi tornare indietro?’ mi domanda, ’no!’. Così continuiamo a scendere per un’ora circa, oltrepassando un canale artificiale su un piccolo ponte, superando diverse centinaia di metri di rocce e sterpi e, infine, finalmente arrivando in vista del tetto di una chiesetta che ci segnala l’arrivo a un piccolo paesino, quello appunto su cui io facevo affidamento. Peccato che, arrivati lungo le sue strade, sembri deserto. Non un’anima. Ci sono case e giardini con alberi e fiori, ma non una persona, qualche gatto che passeggia, ma non un bar, un negozio aperto o una macchina che passi. Ci fermiamo sotto i pini vicino alla chiesa, felici di aver trovato una fontana che dispensa acqua che sa di ferro, in questo caso, con circa 37°C all’ombra, è meglio di niente. Per un po’ ci gira attorno un cane, poi se ne va. ‘Diego, sei sicuro di voler proseguire?’ e io, stupido e ostinato ‘sì, mamma, andiamo. Helen diceva per di qua, mi ricordo’. Così riprendiamo l’inesorabile marcia sotto l’implacabile solleone delle due di pomeriggio, seguendo le indicazioni che ci aveva dato Helen: lasciamo la strada principale e seguiamo un filare di ulivi che costeggia il cimitero del paese disabitato, proseguendo lungo la stessa via intravediamo animali dentro recinti, pecore, asini, mucche macilente e aggressivi cani da guardia alla catena. ‘Non avere paura’ mi rincuora mia madre, sapendo quanto sempre mi intimoriscano i latrati sordi dei cani. Ci lasciamo dietro gli animali e proseguiamo lungo il greto secco di quello che sembra un torrente, in mezzo a moltissimi ulivi, finché non ci imbattiamo in scheletri abbandonati di animali buttati qua e là, qualcosa che assomiglia al cranio di una capra, alcune spine dorsali e non so bene che altro. Io, impaurito e impressionato ‘Mamma…cos’è questo posto?’ lei ‘Diego, basta, decido io ora, è inutile al mare non ci arriveremo mai, dobbiamo tornare indietro, non abbiamo niente da mangiare e non abbiamo acqua, proseguire senza una mappa è assurdo. Vieni!’. Così dicendo, per quanto fa caldo, si toglie la canottiera restando col solo reggiseno del costume, affermando con un sorriso ironico: ‘almeno mi abbronzo’. Giusto, mamma. Così decido di affidarmi del tutto a lei e prendiamo la via del ritorno. Riguadagnato e risuperato il paese vuoto, cominciamo a salire lungo il crinale assolato del monte. Vedendomi fiacco e abbattuto, mia madre si avvicina a un fico selvatico e ne prende dei frutti: ‘dammi il tuo cappello’, ne prende altri e gliene mette dentro un bel po’, così che con queste poche provviste di zuccheri possiamo continuare la nostra ascesa alla cara e ormai desideratissima Delfi. Sono ormai molte ore che siamo sotto il ciocco del Sole e io, da bravo bambino fuori tempo massimo, mi lamento: ‘mamma, sono stanco, sei stanca anche tu, riposiamoci’, ma lei: ‘no, dobbiamo andare avanti, se no non troveremo più la forza di rimetterci in moto, cammina!’, ‘ma, mamma…’, ’vai!’. Va bene, vado. Continuiamo a salire. Sembra che la salita non debba finire mai, sono stanco, mi sento stupido e incosciente, uno scemo ragazzotto ventenne che pensa di passeggiare per le montagne e le pianure della Grecia come meglio crede, a suo piacimento, come fosse un giardino o un parco pubblico, solo perché gli piace. Che stupido. Non ho considerato e calcolato niente, le distanze, il dislivello, la fatica, l’acqua, il cibo, il Sole, il caldo. Però per fortuna ho mia madre, che piena di energia e tenacia, chiaramente ormai benedetta dall’aria di Delfi, mi fa forza, canta, mi racconta storie, mi prende frutti dagli alberi e mi fa ridere. Un passo dopo l’altro, montando sopra i massi aguzzi, graffiati dagli spini della boscaglia, arriviamo finalmente in vista delle mura delle prime case di Delfi che sporgono sullo strapiombo. Rasserenati e rincuorati che non faremo la fine di quegli scheletri di capra a valle sul greto secco del torrente, ci sediamo un attimo all’ombra di due pini a riprendere fiato e a mangiare gli ultimi fichi e mandorle rimasti nel mio cappello. Il guscio di una mandorla non si vuole aprire, mia madre, quasi feroce, la spacca con una pietra. Poi sgranocchiandola dice ridendo: ‘quando arriviamo le chiedo poi a Helen dove cavolo voleva mandarci!’.

IN GRECIA CON MIA MADRE AI TEMPI DELLA CRISI – DELFI I PARTE Helen the warrior

Ho visto la Grecia della crisi, l’ho percorsa in più tappe fra 2012 e 2013 con una speciale compagna di viaggio, mia madre. Ho voluto vivere queste esperienze con lei perché sono convinto che la condivisione con chi amo radicalizzi le esperienze stesse, e è stato così. Questi percorsi in Grecia con lei sono stati viaggi sacri. Ora vi racconterò come.

DELFI I PARTE Helen the warrior

‘My name is Helen, Helen the warrior’

Chi mi parla così è Helen, una ragazza sui trent’anni che gestisce una piccola pensione qui a Delfi. Stiamo parlando da una buona mezz’ora io e Helen e mia madre si è ormai vagamente infastidita, non capisco se perché si sente esclusa o perché vorrebbe chiudere la porta della camera e riposarsi. ‘Madam, are you ok?’ chiede ridendo Helen. ‘ You are my favorite guest, madam, just for you I can do an espresso for breakfast’ prosegue nello smarcato tentativo di sfondarne l’iniziale reticenza e conquistarne la simpatia. ’You can choose the room you prefer’ ripete ancora.

Dopo essere partiti da una stazione degli autobus a Atene a bordo di un torpedone che ha sferragliato verso Tebe fra fabbriche dismesse e cipressi per poi inerpicarsi sulle pendici del Parnaso con a lato strapiombi da paura, giungiamo al crocicchio di ingresso alla piccola Delfi. Sotto un grandissimo e vecchissimo platano, dove scendiamo dalla corriera, si dividono due strade che proseguono nella stessa direzione, una in su e una in giù, qui un ragazzo ci invita a bordo di una macchina e, vedendoci sospettosi e disorientati da tanta gentilezza, aggiunge ‘sono dell’hotel’ e così ci porta per la via che va in su. Poche centinaia di metri dopo, ecco che una ragazza piuttosto dinoccolata con una camicia da uomo e i capelli legati, appoggiata alla parete di fianco all’ingresso della pensione mentre fuma una sigaretta, ci fa un segno di saluto, è Helen. Ci chiede come è andato il viaggio, da dove veniamo, cosa abbiamo già visto, cosa vogliamo vedere. Ha molta voglia di parlare Helen, si capisce subito. Apre tre camere sullo stesso corridoio e ce le mostra, possiamo scegliere quella che preferiamo continua a ripetere, per stasera siamo gli unici ospiti. Gli spazi sono puliti, le finiture e i mobili sono in legno, ma soprattutto dal piccolo terrazzo delle camere si gode di una vista impressionante: così tanto cielo e lo sguardo spazia fino al mare, al golfo di Corinto, scendendo lungo i declivi del Parnaso, su cui Delfi si arrocca, sopra i boschi di lecci e mandorli e poi la piana ricoperta di ulivi che, dalle pendici del monte, arrivano fino alla costa, al porto di Itea. È un cielo grandissimo quello che abbiamo davanti. ‘Great view, great view’ sottolinea Helen. È questo il momento in cui ci mettiamo a parlare e lei si appoggia allo stipite della porta. Mi chiede quanti anni ho, cosa faccio, cosa voglio fare. Ho potuto studiare, e filosofia, sono stato fortunato ‘You are lucky, your mother takes care of you, isn’it, madam?’ perché lei invece si è ritrovata senza madre e questo l’ha molto segnata. ‘Anche io ho perso mio padre, Helen’. Non mi fa finire. È diverso, mi dice, perché gli uomini contano poco, mia madre e mia sorella infatti si sono prese cura di me, non è così? È così. Invece di lei non si è preso cura nessuno, è dovuta crescere da sola, anzi lei si è dovuta prendere cura di suo fratello, come ha fatto tua sorella, mi dice, e non è stato facile, per niente facile, doveva trovare i soldi per tutto, farlo andare a scuola, che non gli mancasse niente, le racchette nuove per il tennis, e quelle costano tantissimo, e suo fratello era bravissimo a giocare a tennis anche se ora non ci gioca più e a lei piacerebbe giocare di nuovo a tennis insieme, poi ha dovuto impedire che si perdesse nella droga, riuscire a fargli mantenere un rapporto col padre che si disinteressava di loro, spronarlo a fare qualcosa nella vita, a tante cose doveva pensare Helen, la cura pratica e la cura dell’animo, a tutto doveva pensare lei, ma il vero problema sono i soldi, non ci sono mai abbastanza soldi, e di questi tempi? non si vede un turista, non c’è lavoro. Tutto sulle sue spalle, quello che c’è e quello che non c’è. Ma pensi che io sia triste o io mi disperi? No. Come ho affrontato tutto questo? Beh devi sapere che proprio da tutto questo ho imparato una cosa, che è il vero segreto della vita, e devi tenerla sempre a mente, mi dice, ascoltami bene: ‘life is a jocke’. Silenzio. Lo ripete. ‘Life is a joke. Remember and don’t forget it.’ Mi guarda fisso negli occhi, è seria, paradossalmente seria mentre dice questo. Questa sgraziata ragazza greca, che si perde dentro una camicia da uomo di una taglia più grande della sua, che si è lasciata andare a questo mare di parole con me, che forse voleva che qualcuno ascoltasse la sua storia, ora sta dicendo qualcosa per me, vuole darmi un consiglio. Ci crede davvero, vuole che io la prenda sul serio. Ti ascolto Helen, non lo dimentico il tuo slogan, life is a joke, e ancora non c’era stata l’immagine del dito coi baffi davanti alla faccia di Kate Moss. Le faccio un cenno con la testa, le braccia conserte, lo sguardo fermo. Ha capito che la sto prendendo seriamente. Ora sorride, l’atmosfera si distende nuovamente, ride e afferma con fare orgoglioso e una punta di autoironia gonfiando il petto: ‘My name is Helen, Helen the Warrior’. Eh sì, ne hai passate tante, Helen, ma per fortuna non ti prendi troppo sul serio nemmeno tu. ‘So, madam, now I leave you, see you tomorrow for your espresso’. Così Helen mi allunga la mano e me la stringe guardandomi negli occhi per poi andarsene a occuparsi delle sue faccende o a fumare un’altra sigaretta. Non è Helen la più bella delle donne, non è la più bella della Grecia né la più raffinata o compita, non ammalia schiere di uomini, lei non è un’Elena di Troia, è Helen the warrior, una ragazza che lotta, cade e si rialza, una che ha imparato a non avere paura, una che sgomitando come può non si vuole arrendere.

Mia madre rientra dal balconcino stringendo la macchina fotografica: ‘Beh, cosa avevate tanto da dirvi?’

IN GRECIA CON MIA MADRE AI TEMPI DELLA CRISI – ATENE il mito del Partenone

Ho visto la Grecia della crisi, l’ho percorsa in più tappe fra 2012 e 2013 con una speciale compagna di viaggio, mia madre. Ho voluto vivere queste esperienze con lei perché sono convinto che la condivisione con chi amo radicalizzi le esperienze stesse, e è stato così. Questi percorsi in Grecia con lei sono stati viaggi sacri. Ora vi racconterò come.

ATENE il mito del Partenone

Dal finestrino dell’aereo vediamo solo ulivi e terra bruciata dal sole. Ulivi su ulivi. Nella luce abbacinante di questo pomeriggio infuocato di Luglio la terra dell’Attica sembra uno sterminato uliveto: è così che il simbolo più celebre della Grecia dopo il Partenone benedice il nostro arrivo. Trolley alla mano e zaini in spalla, inforcati gli occhiali da sole, saltiamo su un autobus di linea per raggiungere il centro città. Mia madre è preoccupata, l’ho trascinata io quaggiù, mi chiede come riconosceremo la nostra fermata, ‘c’è così tanta confusione’. ‘Mamma, la nostra fermata è piazza Syntagma, basta aver visto qualche telegiornale’ rispondo. Una svolta a destra e l’autobus lascia la tangenziale urbana e si inoltra nelle strade che portano al cuore di quel formicaio brulicante di vita e di macchine che è Atene. Ma che cosa è Atene? E che cosa è ora Atene? Questo è un problema non da poco per chi, come noi, si reca nella capitale greca. Una delle città più antiche del mondo, uno dei nomi che a scuola ho imparato insieme a quello di Roma, uno dei primi pluralia tantum indicato nella grammatica di latino, Athenae, la polis dei grandi filosofi, l’origine della democrazia, della cultura, della letteratura. Cosa è allora Atene se non un ideale? E uno dei più complessi e insieme radicati dell’occidente, eterno nei suoi marmi perfetti sfolgoranti di luce. Forse anche io e mia madre stiamo cercando questo, il mito di Atene, ma per arrivarci dobbiamo fare i conti con la città presente, con il cemento armato dei palazzi dei suburbi che si susseguono senza sosta, con la caoticità del traffico, con il rumore continuo, con gli scorci lugubri, con la decadenza e lo sporco, con tutto il vivente che c’è, che non è ideale, che non è perfetto, che non è liscio.

Ci siamo, piazza Syntagma, scendiamo. All’angolo il carretto di un ambulante che vende pannocchie abbrustolite, all’estremità opposta della piazza, oltre la strada, il parlamento greco, una nuova icona di questi tempi, della Grecia anti-classica, della Grecia della crisi. Dalla terrazza dell’albergo, poco dopo, eccolo invece il simbolo per eccellenza della Grecia classica, ma soprattutto di Atene e del suo ideale: il Partenone sulla cima dell’acropoli, il grande tempio dedicato a Atena parthenos. È strano vedere con i miei occhi le sagome di questo profilo che sono solito piuttosto pensare, relegandolo così a un mondo di idee e forme statiche. Il fatto che sia lì, presente, accerchiato, quasi assediato da questa nuova Atene, lo rende improvvisamente vero e si spezza in un lampo il suo mito, crolla la sua idea perfetta: il Partenone c’è. Il giorno seguente, macchina fotografica in pugno, armati di borracce e piuttosto emozionati -mia madre sembra una bambina quando corre verso il tempio di Zeus Olimpio-, montiamo i sentieri e i gradini che conducono alla cima dell’acropoli, sopra il teatro di Dioniso e quello di Erode Attico, oltre i propilei, lungo l’antica via sacra, e ecco che il grande tempio dedicato a Atena ora l’abbiamo proprio davanti. Improvvisamente una raffica di vento, che quassù è così forte, solleva la gonna di mia madre e ridiamo entrambi, dice divertita: ‘sono venuta da Massa per far vedere le gambe a tutta la Grecia’. Oh, mamma! Riprendiamo respiro dopo quest’esplosione di allegrezza. Siamo ora in silenzio di fronte al tempio. Lo guardiamo, ci guarda anche lui: le colonne doriche ci sovrastano, dalla metopa superiore sporge il basso rilievo di un cavallo, il marmo si scalda e si addolcisce alla luce di mezzogiorno, poi lei, mia madre, mi mette un braccio attorno alla vita e con semplicità dice: ‘che bello’. È vero, è molto bello. Voglio respirare bene, apri gli occhi più che puoi, mi dico. È bello, bello da piangere, è qualcosa che commuove ora il Partenone. Il suo marmo non è freddo, la sua linea non è geometria astratta. È qui, presente, resistente da millenni, esploso, trasformato in chiesa, in moschea, bombardato, infine condivide ora questo tempo con questa Grecia anti-classica, con il parlamento icona della crisi greca, con il carretto di pannocchie abbrustolite, con una città che non è più la capitale della civiltà, che non è solo il suo ideale, e pure con me e mia madre che lo guardiamo, con l’umanità che si stende ai suoi piedi, che è davvero Atene, che si arrangia, che prova a farcela, aggrappata alle strette pareti dei propri appartamenti, sotto l’ombra di alberi e di pergolati di viti cresciuti fra i muri di cemento armato. Allora il Partenone mi sembra un vecchio custode, saggio e bonario, che guarda tutto l’umano, il tempo e lo spazio che scorrono sotto di lui, e semplicemente ne condivide l’esistere da secoli. Resiste ancora, anche adesso, e c’è sempre stato. Ancora una volta è lei a parlare, quasi commossa: ‘è più di quanto immaginassi’. È vero, è proprio così. Fatichiamo a distoglierci, fatichiamo a salutarlo. Continuiamo a guardarlo e a starci su questo luogo che è l’acropoli. Poi un gatto ci si avvicina miagolando, è piccolo, quasi un gattino, gli diamo qualcosa. Lui, che non avrà più di qualche mese, vive qui, non nell’ideale o nel simbolo, ma nell’Atene che c’è nel Partenone antico di millenni.

I libri che ho letto

I primi libri che ho letto non li ho letti io, me li hanno letti gli altri. Era mio nonno a leggermeli, soprattutto quelli sugli animali. Da piccolo amavo molto gli animali, in particolar modo quelli esotici e selvaggi, e fra questi specialmente gli elefanti, così che lui mi leggeva di questi grandi pachidermi e delle avventure della giungla. Poi imparai a leggere da solo, ma non ne ero in realtà molto felice, era uno sforzo: dicevo spesso che non avrei voluto imparare a leggere, dovevo soffermarmi su tutte quelle cose noiose della scuola, testi insulsi su bambini e bambine, la spesa, la casa, poi i nomi delle cose e l’ortografia, e l’apice della fantasia era quando compariva un topo o un gatto, e non c’erano più gite in groppa agli elefanti fra le foreste dell’India e le grandi pianure d’Africa. Mia sorella ebbe così una brillante idea per farmi amare la lettura: mi avrebbe obbligato a leggere un libro al mese. Costretto lessi Matilde, Le streghe e Gli sporcelliIl richiamo della foresta, per maschi, ma anche Piccole donne, per femmine. Tuttavia non mi si era accesa alcuna passione in questo modo: doverle presentare una scheda di lettura con riassunto e commento personale era solo un ulteriore compito oltre alla scuola e al catechismo: un altro indicibile strazio. Ma fu comunque lei, alla fine, a farmi prendere amore per la lettura, e ancora una volta quel primo libro che ho letto non l’ho letto io ma me l’ha letto un altro, lei. Era I ragazzi dello zoo di Berlino, mia sorella aveva diciassette anni, io nove. In realtà lo stava leggendo da sola e incominciò a leggerlo ad alta voce solo nella speranza di annoiarmi e di scacciarmi, visto che io non volevo andarmene dalla sua stanza, ma sortì l’effetto contrario dato che da quel momento non le permisi di andare avanti di una sola pagina senza di me. Fu così che a dieci anni sapevo tutto di droghe, di David Bowie e di Berlino Est. La mamma non ne fu molto contenta. Alle medie lessi poi molti libri grazie alla mia prof. di lettere, della quale desideravo la stima e l’approvazione, tornando anche a quello che amavo, le avventure e gli animali, spesso calati nella dimensione horror dell’indimenticabile collana dei ‘piccoli brividi’. Ricordo un libro che si intitolava Le mangiatrici di uomini, storia di un cacciatore di tigri antropofaghe. Quindi mi iscrissi al liceo e, dopo un primo anno di vagabondaggio anti-scuola a cavallo della bicicletta in giro per il paese, decisi che sarei dovuto diventare in futuro un uomo altamente istruito, sicché era necessario incominciare a pensare già da allora alla mia formazione letteraria. Sarei partito dalla classicità per poi affrontare le letterature europee, escludendo radicalmente -e con un certo snobismo immotivato- quella tedesca. Iliade, Odissea, qualche tragedia greca, Fedro, il romanzo d’Apuleio, le tragedie di Seneca, poi Balzac, Dumas, Hugo, Flaubert, Zola, Dickens, Austen, Stoker, Conrad, James, Joyce, Shakespeare, Wilde, Dostoevskij, Tolstoj, Puskin e Gogol. Inoltre sì, qualche italiano, ma con meno passione: io amavo i romanzi e la letteratura italiana mi sembrava invece una lunga scia di ‘poesione retoricheggianti e classicheggianti’; dunque lessi Sciascia, Levi, Saba, Silone, Bassani e qualcun altro, tra cui Svevo, che trovai terribile. In quegli anni liceali mi sorprese anche quello che divenne il mio libro d’elezione, Il piccolo principe. Sono banale, ma lo amai. Era una favola, un’avventura per bambini. Lo lessi in francese per la scuola, ero in seconda credo, e da allora lo colleziono nelle lingue dei paesi in cui mi è capitato di viaggiare. Arrivò infine il tempo dell’università. Mi iscrissi e mi laureai in filosofia, ma persi amore per la lettura e  leggere tornava a essere un compito, uno strazio,  esattamente come alle elementari. Se al liceo era una finestra che spalancavo sdraiato sul letto della mia camera verso mondi nuovi e lontani, avventure mozzafiato e sentimenti che conobbi prima leggendoli che vivendoli, all’università leggere era tornato sinonimo di sgobbare, e oltre tutti i volumi di filosofia cui mi dedicavo con solerzia non avevo la minima voglia di impegnare ancora i miei occhi. Mi piaceva e mi piace la filosofia, mi piace pensare, ma era difficile, e in più non riconoscevo l’importanza letteraria e filosofica di molti testi cui dovetti dedicarmi, testi di autori e filosofi misconosciuti (per il me di allora) della filosofia analitica e dell’estetica contemporanea, mai sopportate, sui quali mi scervellai. Credevo che avrei letto molto più Kant, Hegel, Nietzsche, e altri classici della filosofia, ma è successo meno di quanto sperassi, tuttavia, quando accadde, quando completai, per esempio, La repubblica di Platone o L’etica nicomachea di Aristotele, ebbi l’impressione di aver letto qualcosa di davvero importante, e era bellissimo. Poi ripresi di nuovo amore alla lettura, alla lettura a mio modo, e, anche se con una frequenza minore rispetto a quella che avevo nell’adolescenza, tornai a scandagliare librerie alla ricerca di avventure. Di nuovo gli animali, di nuovo la giungla, ancora una volta l’Africa e l’Asia, ma faceva il suo ingesso anche la storia contemporanea e la periegesi -per dirla all’antica- più strettamente recente, Kapuscinski e Terzani in particolare.

Sono così stato donna senza esserlo mai stato, ho amato prima di amare, affrontato mostri dell’immaginario, cacciato tigri, viaggiato in Africa, visto Luanda assediata, perseguito pensieri e ricostruito concetti, immaginato mondi possibili, conosciuto idee. Seduto, sdraiato, in piedi, al mare, in biblioteca, a capo chino o camminando, da solo o con qualcuno, i libri che ho letto sono molto di quello che ho vissuto.

Recensione ‘La Scena’

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La Scena

regia: Cristina Comencini

con Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti e Stefano Annoni

La Scena, interessante commedia dei punti di vista di Cristina Comencini. Quelli delle donne e degli uomini, della gioventù e della maturità, dello sconosciuto e delle amiche. Quelli di Lucia e Maria, donne che fanno e smontano progetti, con storie dure alle spalle e amiche di lunga data, e quello di Luca, il ragazzo in mutande che per caso ha passato la notte con Maria e che si è poi ritrovato a dormire fra i peluche e i robot nella camera dei bambini -fuori casa, ovviamente-. Nessuno ha un percorso semplice dietro di sé, e allo stesso tempo nessuno può che interpretare con le proprie categorie e filtrare attraverso il proprio punto di vista le parole degli altri. Ma ci si racconta lo stesso, ci si scambia i ruoli e le esperienze lo stesso. Le due donne possono parlare l’una per l’altra, conoscendosi profondamente, fino a sovrapporsi. Due caratteri molto diversi, due comunicazioni molto diverse, dura e ironica Lucia, sognatrice e ‘leggera’ Maria. Luca invece non può che gridare per farsi sentire, laddove le due donne lo sminuiscono per la giovane età senza ascoltarlo, mostrando una dolcezza insicura e una forza a cui non sa dare espressione. I passati di ciascuno sono così posti sulla scena, ingombranti  e massicci monoliti dietro cui rifugiarsi e dietro cui giustificare il proprio modo d’essere attuale, cercando spiegazioni che diventano attenuanti per schemi di comportamento e di pensiero costantemente reiterati dai personaggi. Ma come recita la scena che Lucia, attrice, prova all’inizio de La Scena, «il passato sono solo muri sventrati, case terremotate da cui si deve fuggire», a segnalare in questo modo, sopra e fuori dal palco, che bisogna guardare al di là del proprio tempo interiore, in cui abbondano rovine, altrimenti ci si continuerà a muovere ancora e ancora fra quelle stesse rovine e a tentar di costruire nuove case con sempre le medesime pietre.

Ma la commedia non si vuol prendere troppo sul serio e riesce a trasmettere tale prospettiva sui passati attraverso passaggi dinamici e umoristici, giocando all’interno e fuori i tratti quasi caricaturali che ognuno dei tre personaggi ripropone: quelli della moralista rassegnata Lucia e della cougar naive Maria, rispettivamente interpretate dalle bravissime Maria Amelia Monti e Angela Finocchiaro, e quelli di un apparente toy boy senza esperienza e senza pensiero Luca, impersonato dal giovane Stefano Annoni, viso pulito, capelli biondi e fisico atletico, ma anche tanta bravura. E è in una paradossale domenica mattina all’ora del caffè che si innesca la situazione affinché ognuno dei personaggi si sveli al di là di quello che sembra, in tutto quello che c’è dietro, in tutto il loro passato, che, come tale, però, li blocca e li trattiene. Infatti grazie alla curiosità ingenua e sincera del ragazzo in mutande e a un primo scambio di persona, Lucia e Maria racconteranno le formazioni dei propri punti di vista, e infine Luca stesso riuscirà a prendere parola proponendosi con forza al di là di quello che le due donne, mature, sagaci e arrivate, vedono in lui. Non ci possono essere evoluzioni dei personaggi al di fuori di quello che oramai sono e che continuano a essere, ma viene mostrato il divertente racconto e ascolto reciproco, nell’impossibilità di capirsi a fondo da un lato, ma nel comprendersi così come ormai si è dall’altro.

19/12/2014 Teatro Rossini, Lugo (Ra)

l’amore non è più necessario

l’amore non è più necessario. l’amore come l’abbiamo conosciuto nelle favole e nei film d’animazione Disney è un fossile culturale che resiste in una forma privo di una sostanza. mi spiego. partendo dal presupposto aristotelico che siamo animali sociali, che dunque come tali viviamo in società, le necessità biologiche, le emozioni e i desideri si sono socializzati e storicizzati al loro interno, assumendo sfumature anche molto diverse nelle più svariate società umane a diverse coordinate spazio-temporali. Non c’è un modo di vivere, ce ne sono tanti, non c’è un modo di stare uniti e provare affetto, ce ne sono tanti. Volendo continuare a credere che una certa empatia di base sia condivisa e trasversale alla nostra specie (come anche ad altre), ritengo però che le forme che essa ha assunto attraverso specifici sentimenti nello spazio e nel tempo siano sociali e culturali, quindi relativi, sottoposti a difformità e cambiamenti. Detto ciò, l’amore come lo si intende comunemente in occidente, nel senso di due cuori e una capanna, forever and ever, è, secondo me, da un lato frutto di questa storia dell’uomo in questa parte del mondo, e dall’altro figlio della cultura romantica ottocentesca e della, forse meno nobile, retorica del consumo culturale, che è quella con cui poi ci troviamo a fare i conti oggigiorno; insomma non è un universale in sé. Ora è chiaro, gli uomini si uniscono per far fronte a necessità e difficoltà, prima si uniscono a due a due, ci metti in mezzo la biologia, diventano più di due, c’è la tribù, c’è la città, si diversificano i compiti, c’è la società civile, c’è lo stato, per tenere su l’ambaradan e sopravvivere al suo interno è ancora necessario per gli individui sorreggersi e stare assieme a unità più piccole, se no ci si perde, se no si viene mangiati e digeriti dal baraccone messo su, e in tutto questo serviva, era necessario, stare insieme, me e te, tu e io, il nostro gatto o nostro figlio. Era richiesto e era nella forma mentis delle persone, così che quel naturale sentimento di empatia umana quando dedicato costantemente a una persona specifica con cui t’accompagni si forma come amore. bensimmo. Il romanticismo c’ha messo appunto la componente romantica, che come tale, prima propriamente non era data, dunque lo struggimento, l’abnegazione, la dissoluzione totale l’uno nell’altro, la salvezza reciproca e via dicendo. Così che più o meno siamo arrivati. Nel Novecento, tra l’altro dopo i due conflitti mondiali, era ancora doveroso stare insieme, portarsi avanti, sostenersi e (ri)costruire. Ma già qualcosa stava cambiando, nelle culture ci sono infatti sempre molteplici direttrici di movimento. Fra tecnologismo, individualismo, retorica del sé, ambizione del successo, realizzazione personale, caduta delle grandi narrazioni, stavano prendendo forma nuovi miti, all’interno di una società che sempre cambia. Dentro al pentolone ci sarebbe da mettere di tutto, la scolarizzazione maggiormente diffusa, la circolazione delle idee, la facilità degli spostamenti, l’aumento delle comunicazioni e l’avvento delle telecomunicazione (fino al nostro Facebook), un più diffuso benessere economico, il consumismo di massa ecc. Ad ogni modo, quello che veniva sempre meno, era la necessità di stare insieme per svilupparsi e per evolversi, perché quello che è ormai diventato, a queste latitudini, il nuovo must è la specificazione di ‘me come individuo a se stante’. La società stessa infatti non ha più bisogno delle unioni al di là del bene e del male, quindi dell’amore, che faccia girare gli ingranaggi, si sono anzi create e rese necessarie situazioni tali che richiedono proprio l’atomizzazione fra le persone per mandare avanti il tutto. Parallelamente, simultaneamente mutano la società e le sue forme insieme agli individui che la costituiscono e ciò verso cui tendono. Si fanno reciprocamente, costantemente. In questo senso, e solo in questo senso, dico che l’amore non è più necessario. Resistendo come fossile della sedimentazione culturale, l’amore è oggi un simulacro, una forma a cui siamo ripetutamente richiamati dalla letteratura e dalle narrazioni di chi ancora resiste, di chi ancora l’amore come unione è riuscito a portarlo avanti più o meno rocambolescamente, e come bene di consumo dalle più pervasive retoriche pubblicitarie o semplicemente perbeniste, così da riproporcelo come universale, astorico e asociale. Questo, a noi che per buona parte siamo asfitticamente ripiegati sul nostro sé e a cui non è richiesto per sopravvivere e realizzarsi l’unione costante con un qualcun altro specifico, ci confonde enormemente, perché dovremmo volerlo, ma non siamo capaci di volerlo. Non è più necessario. E si vede. Mi si potrebbe obiettare, e me lo obietto da solo, che così gli amori d’oggi saranno più sinceri, meno frutto dell’utile, puri. Ma non stiamo forse ricadendo allora nell’idea creata di questo simulacro ideale ? Che l’amore come tale esiste e non è un prodotto storico sociale? Sarebbe da rifletterci ancora. Io non nego le possibilità per le nostre generazioni viventi di provare amore, cioè attrazione coinvolgimento voler bene affetto, siamo mammiferi e siamo umani, lo proviamo, dico solo che ormai sono amori diversi, la cui fenomenologia è appena stata abbozzata. Vedremo come andranno avanti le cose.
In tutto ciò, anche se non sembra, sono un romantico di prima linea!

East Journal

quotidiano di politica internazionale

Rumor(e)s 2.0

Bizzarrie antiche e altre amenità

ci cli vi andanti

il genio di andare a zonzo

____________Mille Nuovi Orizzonti__________

Nasce dall'esigenza di dare qualche informazione utile sui mezzi di trasporto, ristoranti, guesthouse, luoghi e orari dei viaggi fatti.......lasciando la poesia alla fotografia

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